Foglie d’autunno, di Robert Aldrich

Tutto parte da qui. Con la prima collaborazione tra Robert Aldrich e Joan Crawford. Lui al settimo film, un anno dopo lo strepitoso Un bacio e una pistola e Il grande coltello, che annuncia già quella claustrofobia degli interni. Lei, che cerca l’ennesimo rilancio a 48 anni dopo la rottura con la Warner nel 1952. Anche se due anni prima era stata resa rancora una volta immortale da Johnny Guitar. Ma lì è poi una passione pre-Nouvelle Vague dei Cahiers.

Tutto parte da qui. Prima di Che fine ha fatto Baby Jane? e il film mai più fatto insieme, Piano…piano, dolce Carlotta. La Crawford è Milly, una dattilografa di mezza età che vive da sola in un appartamento in affitto. Dopo una delusione d’amore in gioventù, non si è più sposata. Una sera, dopo essere andata da sola a un concerto, conosce in un ristorante Burt (Cliff Robertson), un reduce della Seconda Guerra Mondiale molto più giovane di lei. Il ragazzo le fa la corte. Lei all’inizio resiste, poi cede e accetta di sposarlo. Burt soffre di disturbi mentali a causa di un trauma del passato che ha visto coinvolti suo padre e la sua ex-moglie.

Aldrich si confronta per la prima volta con le forme di un melodramma al femminile prima delle successive deformazioni onirico/gotiche. E il risultato, in un film pensato dalla Columbia per la Crawford, è comunque notevole. Accompagnato dal ricorrente tema musicale cantato da Nat “King” Cole (versione inglese della canzone francese Les feuilles mortes di Kosma e Prévert), Foglie d’autunno entra progressivamente nelle zone oscure della mente umana. Ogni incontro è caricato da una malata tensione. Compresa la scena al ristorante in cui i due si sono conosciuti. Ma soprattutto i flashback sembrano frantumare ogni immagine. E lì c’è tutta la furia di Aldrich. A cominciare dal momento in cui Milly è al concerto. Intorno a lei c’è solo buio. Si vedono appena il suo volto e i suoi occhi. Poi parte il flashback in cui il fidanzata la lascia perché lei non può uscire con lui per assistere il padre. E poi gli scatti di violenza improvvisa. Come la scena in cui Burt, in uno scatto d’ira, le tira addosso la macchina da scrivere frantumandole la mano. Con la stessa ferocia di Lang in Il grande caldo dove Gloria Grahame era rimasta sfigurata dal caffé tiratole in faccia da Lee Marvin. Anche da qui cominciano ad affacciarsi prepotentemente i demoni di un cineasta tra i più indemoniati. Dove gli occhi di Cliff Robertson sul finale non cancellano nessuna delle zone oscure.

I due co-sceneggiatori Jean Rouverol e Hugo Butler erano finiti nella Black List di Hollywood ed erano stati sostituiti nei titoli di tsta da quello di Jack Jevne. Nel 1997 la Writers Guild of America gli ha reso giustizia restituendogli i crediti.

 

Titolo originale: Autumn Leaves

Regia: Robert Aldrich

Interpreti: Joan Crawford, Cliff Robertson, Vera Miles, Lorne Greene, Ruth Donnelly

Durata: 108′

Origine: Usa 1956

 

Un commento

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *