"Hates. House at the End of the Street", di Mark Tonderai

Jennifer Lawrence ed Elisabeth Shue in House at the End of the StreetIn House at the End of the Street Sarah (Elisabeth Shue) e Elissa (Jennifer Lawrence), madre e figlia, si trasferiscono da Chicago in una cittadina vicina immersa nel verde, prendendo possesso di una bellissima casa affittata a poco. Il motivo di un così ridotto prezzo è presto avvistato: la proprietà confina con quella dei Jacobson, famiglia sterminata quattro anni prima dalla figlia più piccola in seguito scomparsa nei boschi. Unico sopravvissuto il fratello Ryan (Max Thieriot), tornato ad abitare nella casa natìa dove vive isolato e silenzioso rispetto alla cittadinanza che lo segue con preoccupazione e pregiudizi. Elissa, però, pian piano si avvicina a lui, osteggiata dalla madre che come tutti gli altri pensa che Ryan nasconda qualcosa…

Annotiamo subito che è un regista inglese come Mark Tonderai a firmare dodici mesi fa questo lavoro, ultimo di tutta una serie di nomi molto più altisonanti e profondi (Alexandre Aja, Edgar Wright, Nicholas Winding Refn…) che hanno compiuto il salto oceanico dall’Europa agli Usa, ribaltando la consueta aura “autoriale” del Vecchio Continente operando all’interno dei generi sia nella prima parte di carriera sia in seguito allo sbarco hollywoodiano (e non). Per Tonderai, però, la rigida griglia del sistema americano si è fatta sentire – nonostante la produzione dello studios migliore degli ultimi anni, FilmNation – imbrigliando in modo palese un regista che con il suo esordio, Hush (2008), fece ben sperare con un piccolo, esatto horror che svolgeva egregiamente il suo compito, portando avanti fino alla fine l’ottimo spunto iniziale intrattenendo ed emozionando.

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Gli spasmi visivi del regista qua e là si avvertono – la scelta di girare in 2-perf Techniscope per ri-dare la granulosità e le chiazze dei ’60-’70, la mostrazione degli spazi ristretti, il lavoro sempre molto stretto sui corpi –, ma è lo script di David Loucka (su un’idea di Jonathan Mostow) che blocca e allontana il tutto. I problemi sono evidenti non soltanto nell’errata e fuorviante impostazione di base della pellicola che da una parte ammicca al primo Wes Craven e dall’altra parte per essere un horror e si rivela un thriller psicologico – strategy che comunque ha fatto pagare dazio, con incassi worldwide sui quaranta milioni di dollari, grazie anche ad un efficace e performante trailer in reverse –, quanto nell’effettiva resa di questa ibrida struttura, resa che è priva di attrito, scontro, scarto. Il diverso materiale a disposizione, infatti, non prende mai vita, portando ad una sorta di anestetizzazione che investe tutti i vari comparti della pellicola.

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Rimane dubbio anche il discorso teorico sulla vicenda, con un doppio twist che di fatto annulla la progressione dei colpi di scena e della storia riportando il tutto al punto di inizio, rimarcando le basi di partenza e dunque vanificando l’esistenza stessa dell’evento orrorifico, del film stesso (il reietto è il reietto, la colpa è la colpa…). House at the End of the Street oscilla tra l’opera incompiuta e l’opera mai realizzata, sterilizzando i suoi punti di forza – appena accennato è il modello di azione della cittadina di fronte alla vicenda dei Jacobson, che consiste nell’acquistarne come municipalità la casa e demolirla per far si che non continui a far deprezzare il real estate del luogo (sistema vs leggende urbane) –, convergendo unicamente su quello che sarebbe potuto essere il corpo attoriale più interessante visto negli ultimi anni nell’horror, quella Jennifer Lawrence che film dopo film, personaggio dopo personaggio, sta affermando sempre di più la sua presenza spigolosa eppur gentile, risoluta eppur fragile.

 

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Titolo originale: House at the End of the Street

Regia: Mark Tonderai
Interpreti: Jennifer Lawrence, Elisabeth Shue, Max Thieriot, Gil Bellows, Nolan Gerard Funk, Jonathan Malen, James Thomas, Allie MacDonald, Kate Drummond, Jordan Hayes
Origine: Usa/Canada, 2012
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 101'