Holy Shoes, di Luigi Di Capua

Sebbene fin troppo “sboccato”, il film conduce un affascinante ragionamento sul peso specifico dell’oggetto all’interno dei meccanismi consumistici della nostra società. #TFF41 Fuori Concorso

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“Va che è tutto finto” esclama incredulo Filippetto osservando la madre in lacrime di fronte a un programma televisivo. Ma qual è la differenza? Siamo ancora in grado di separare verità e finzione? O ancora meglio, ci interessa davvero?

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Parte da queste premesse Holy Shoes, esordio cinematografico di Luigi di Capua presentato Fuori Concorso alla 41° edizione del Torino Film Festival. Parte dalla plastica overpriced di un paio di scarpe bianche, le Typo 3; e da qui lentamente si dipana, attraversando la città di Roma, interrogando, legando a un groviglio di stringhe i destini intrecciati di quattro vite.
La vita di Filippo (Raffaele Argesanu), quattordicenne alla ricerca di Typo numero 37 che possano suggellare l’amore che prova per la ragazza Marianna (Ludovica Nasti); quella di Bibbolino (Simone Liberati), in bilico tra i ruoli di figlio sconsiderato e padre incapace, frustrato da un rispetto che non riesce a guadagnare. Le vite di Mei (Tiffany Zhou) e di Luciana (Carla Signoris), l’una promettente studentessa, l’altra donna insoddisfatta; l’una in fuga verso l’America, l’altra desiderosa di ritrovare una femminilità e una libertà da tempo perdute. Storie diverse, storie solo in apparenza distanti, chiamate a comporre un puzzle millimetrico (pre)determinato e determinante.

Come un abile burattinaio Di Capua muove infatti i suoi protagonisti lungo le strade della capitale, costruendo un’intricata ragnatele di scelte che, impietosa, guida ognuno di loro al compimento di un ineluttabile fato. E nello scarto tra inesorabilità e libero arbitrio il regista inocula consumismo e suoi inevitabili riflessi, delineando un accurato ritratto della società del desiderio d’occidente e ragionando sul peso specifico dell’oggetto – inteso nella sua portata totalizzante e nella sua natura di specchio effimero e menzognero.

Di Capua procede così per mutilazioni successive, associando alla sete d’una nuova versione di sé un lento e progressivo declino fisico e morale delle parti in gioco. Fino a raggiugere un tramonto narrativo disilluso e rassegnato (?) che – pur guadagnando in termini di ritmo e frenesia – sembra non lasciare alcuna via di scampo.

Prodotto del web prestato al grande schermo e al microcosmo festival – alla stregua del collega Nicola Conversa – il cineasta classe ’86 confeziona dunque un esordio aspro, che in qualche modo ricorda – e probabilmente tenta di imitare – la coralità d’oltreoceano sdoganata a inizi anni 2000 da Iñárritu (Amores Perros, 21 grammi, Babel). E, sebbene l’inesperienza rischi talvolta di disperdere parte del fascino della logline in una esegesi fin troppo sboccata del messaggio, Holy Shoes ha l’invidiabile capacità di rimanere in tensione; perlustrando senza tregua gli occhi dei suoi protagonisti, alla disperata ricerca di scampoli di verità.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
3.75 (4 voti)
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