Horse Girl, di Jeff Baena

In tempi di isolamento, la storia di Sarah (Alison Brie), la protagonista di Horse Girl, cade a proposito. Il regista Jeff Baena conferma l’interesse verso delle storie derivate dal fantastico, ma stavolta abbandona la commedia per adottare uno stile più drammatico e visionario. L’insolito, lo straordinario, accompagnano il regista dai tempi in cui rivestiva il ruolo di assistente di produzione per Robert Zemeckis, e la vicenda di Sarah, una donna con un problema di immaturità sociale, nasce dalla consuetudine, un lavoro, una casa, un passato, per deragliare nell’assurdo.

Sogni, sonnambulismo, allucinazioni, la percezione rompe con la realtà, ed il palpabile diventa un aspetto secondario, addirittura un tradimento, un complotto, e l’onda onirica l’unica vera dimensione. La frammentazione psicologica della protagonista è classificabile soltanto come follia, quando l’irrazionale si manifesta il referto non può essere molto diverso. Giudizio unanime, le farneticazioni toccano tasti delicati, clonazione, presenze aliene, per chi la circonda Sarah è ormai fuori di testa. D’altronde le premesse ci sono tutte, la malattia ereditaria, confermata da casi di depressione, la madre suicida, la nonna schizofrenica. E ancora un ambiente indifferente, le passioni solitarie per i cavalli e per una serie televisiva paranormale, Purgatory, nel quale recita Darren, l’uomo dei suoi sogni. Indizi chiari come il Sole. Eppure le certezze dei personaggi non sono le stesse dello spettatore, portato a dubitare, testimone dell’esperienza extracorporea e dei vuoti di memoria.

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Resta ovviamente in piedi il discorso dell’emarginazione, della mancanza di dialogo, l’incomprensione, l’insensibilità, la bugia strumento di collegamento con il mondo, per evitare la vergogna e non confessare di essere soli. Il tempo sta in questo allontanamento, per finire con l’incapacità di Sarah di distinguere veglia e sonno, e trovare dentro la sua unidimensionalità un approccio con l’esterno privo di filtri, sconcertante. Peccato per l’eccessivo processo di svelamento identitario, proprio nel mistero infatti, nei segni soprannaturali, nei graffi alle pareti, negli individui apparsi dal nulla, la metafora perde finalmente di senso, in una sorta di next level dove gli indizi sono ancora tutti da scoprire. Descrizione perfetta per il finale, l’abbandono definitivo visto come un gesto di libertà assoluta, l’esito nevrotico di una trama ancora in itinere. Il resto è uno spaccato di vita normale, con degli hobby, la zumba, un compleanno da festeggiare ed un crollo umano nell’indifferenza cittadina, una Los Angeles comunque depotenziata. Una routine fredda e malinconica, ed una sola via di fuga, la mente, una strada piena di trappole.

 

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Titolo originale: id.
Regia: Jeff Baena
Interpreti: Alison Brie, Debby Ryan, John Paul Reynolds, Molly Shannon, John Ortiz, Jay Duplass, Robin Tunney, Paul Reiser
Distribuzione: Netflix
Durata: 103′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)

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