Hunters, di David Weil (e Jordan Peele)

Se cacciamo i mostri, se li uccidiamo, rischiamo di diventare a nostra volta dei mostri?

È questo il presupposto alla base di Hunters: l’eterna lotta il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra chi rispetta le regole e chi si innalza al di sopra di esse; il tutto racchiuso in una questione morale fondamentale che si dipana nei dieci episodi della prima stagione targata Amazon Prime Video, scritta e ideata dall’autore di origini ebraiche David Weil e prodotta da Jordan Peele (Scappa – Get Out, Noi – Us).

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Muovendosi tra atmosfere da cinecomic e B-movies di genere, a metà strada tra serietà e ironia, revenge movie e film d’exploitation, Hunters porta avanti la stessa vendetta immaginaria che Tarantino mise in scena a sua volta in Inglourious Bastards, in un gioco soddisfacente dove venivano ridisegnate le pagine della storia punendo i crimini delle SS in una vendetta feroce; il tutto sempre prendendo spunto da eventi reali. Nell’ombra dell’America del ’77 si svolge un conflitto arcaico, che da una parte vede schierarsi gli (in)consapevoli ex alti ufficiali nazisti, lasciati infiltrare e accolti nel paese dal governo americano, e dall’altra un insolito gruppo di ‘cacciatori’ ebrei, capitanati da Meyer Offerman (Al Pacino), uomo sopravvissuto ad Auschwitz.

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L’Olocausto è un tema estremamente delicato e rischioso da trattare, un tòpos su cui si è tornati più e più volte nella storia del cinema. Al contrario, quello della caccia ai nazisti lo è un po’ meno; com’è accaduto anche nella realtà, si tratta di un evento quasi ignoto. Per quanto per quel che si sa non siano andate del tutto in porto, alla fine della seconda guerra mondiale si sono svolti atti di vendetta da parte delle brigate ebree, i cui scopi prevedevano l’uccisione mirata degli ex membri delle SS rinchiusi nei campi o addirittura l’uccisione dell’intero popolo tedesco tramite l’avvelenamento indistinto delle loro fonti idriche; o ancora c’è l’operato di Simon Wiesenthal, superstite dell’Olocausto che nella serie è stato interpretato da Judd Hirch in una piccola ma cruciale comparsa, che dedicò gran parte della sua vita a raccogliere informazioni sui nazisti in latitanza per poterli rintracciare e sottoporre a processo, guadagnandosi così il soprannome di cacciatore di nazisti. La serie non racconta di questi eventi in particolare, reinventando anzi sia le vendette che le azioni terribili perpetuate dai nazisti sugli ebrei durante la detenzione nei campi; per l’ideatore è stato importante accettare la sfida di non ispirarsi troppo all’esperienza specifica vissuta da una persona reale, come inventare la scena della partita a scacchi umani – un’azione orribile vale l’altra – e premurandosi di utilizzare numeri identificativi inventati, mai assegnati a nessun’altra persona.
Weil mette dunque il pubblico nella condizione di sentirsi stupito: nonostante si pensi di sapere tutto sul passato può comunque spuntare fuori un lavoro come Hunters, che riesce ad aggiungere in più alla conoscenza pre-esistente, portando chi guarda, attraverso la messa in scena più fantasiosa, a volersi informare sui fondamenti di verità che si celano dietro.

Tutti sanno che gli Alleati sono i salvatori: coloro che, vincendo la guerra, hanno salvato gli ebrei sopravvissuti dai campi di sterminio e messo fine a quegli orrori. Ma non tutti sanno che gli stessi Alleati hanno anche legalmente introdotto nazisti, colpevoli di torture indicibili, negli Stati Uniti sotto altre identità. Medici, ingegneri, chimici, tutte brillanti menti tedesche che per le alte cariche del governo americano non potevano rischiare di finire in mano ai sovietici; perciò, usando la difesa dai nemici russi come scusa, gli Alleati a stelle e strisce portarono avanti i loro progressi scientifici e aeronautici grazie alla cooperazione nazista. Nazisti che diventavano così, agli occhi inconsapevoli della popolazione, vicini di casa degli stessi ebrei; ognuno con la stessa libertà di ricostruirsi una vita.La serie pone dei quesiti contestualizzati ai quali non è mai stato facile rispondere, specie negli ultimi settantacinque anni. Un pensiero etico insolubile. Si possono chiudere i conti con la storia senza alcuna vendetta e al tempo stesso senza dimenticare? Il protagonista, Jonah Heidelbaum (Logan Lerman), un ragazzo ebreo di New York, cercherà di rispondere indagando nella moralità fino alla presa di coscienza finale nella quale la parola vendetta assumerà un significato diverso. Il suo viaggio inizia dopo l’omicidio della nonna, Ruth, a cui assiste di nascosto e di cui si pentirà per non essere intervenuto; in suo aiuto accorrerà un amico di quest’ultima, Meyer Offerman, che lo introduce all’interno del suo club privato di cacciatori di nazisti. Questi, tra un omicidio e l’altro, scopriranno che non tutti i nazisti hanno abbandonato la vecchia vita per una casa e un posto sicuro, ma anzi alcuni di essi sono in attivo in una cospirazione per costruire il Quarto Reich in America.

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Jonah viene quasi plagiato da due estremi, quelli che dovrebbero essere i due angeli rappresentativi del bene e del male, una divisione tra bianco e nero reminiscente di una partita a scacchi. Da una parte il ragazzo segue i consigli e lo stile di vita di nonna Ruth, riflessiva e pacata, combattiva e atta al sacrificio, che prende una posizione severa contro quell’azione tanto spregevole che è l’omicidio, capace di annientare la luce dell’anima, che protegge il protagonista sia dai nazisti che dai cacciatori degli stessi; dall’altra parte c’è però lo spirito ormai spento e oscuro di Meyer, che mira a sterminare i nazisti in nome di quei 6 milioni che non hanno potuto farlo, insegnando al ragazzo l’importanza del vendicarsi in quanto ebreo e discendente di chi ha vissuto quella crudeltà, assicurandosi che non fallisca nel compimento della sua prova per uno ‘stupido’ principio idealistico, non risparmiando chi non risparmierebbe lui. Due modi diversi di affrontare la stessa situazione inaffrontabile. Il Talmud recita che “vivere bene è la miglior vendetta“, ma spesso questo non è possibile, e nella serie questo insegnamento si trasforma in “la vendetta è la miglior vendetta“.

Forte di una regia dalle trovate intelligenti, con un montaggio riuscito soprattutto per quanto riguarda l’alternare il presente degli anni ’70 ai flashback degli anni ’40, la ricerca della verosimiglianza è molto efficiente, facendo provare una vera stretta al cuore ogni qualvolta si cambia di scenario. Hunters prende quindi spunto dalla storia ma se ne distacca per ingegno narrativo e scenico, paragonando continuamente la vita reale a quella dei fumetti e portando sullo schermo diversi elementi di genere, alternando la violenza al Black Humor, il dramma all’azione e con elementi trash tipici del B-Movie, diventando a tratti troppo divertente per far rattristare e al tempo stesso troppo serio per poter suscitare una risata. – “Non si tratta di omicidio. È una mitzvah.”
Oltre al miscuglio di generi cinematografici, la serie tenta di portare in campo molte altre sottotrame e tematiche, sempre racchiuse nella sfera discriminatoria; ad esempio il razzismo contro le persone afroamericane, dal tono drammaticamente ironico – tocco di stile di Jordan Peele, che si sente nel momento in cui gli americani vengono incolpati di odiare la loro stessa gente o vengono inseriti siparietti promozionali come il quiz sui mille motivi per odiare gli ebrei – e la discriminazione sessuale.

Se mischiare in tal modo generi e tematiche è un difetto, allora la serie di David Weil dovrebbe essere un esperimento mal riuscito; eppure la storia, ambientata in un universo volutamente Pulp, riesce a funzionare.
Non è però immune agli stereotipi, soprattutto quando si tratta di analizzare i nazisti, che ricordano personaggi dei cinecomic o dei vecchi cartoni animati, per cui la cattiveria è implicita, nascosta dietro la scusante della razza superiore e mai veramente spiegata se non verso la fine, quando il nazista americano si libera di alcuni ‘dei suoi’ per ricordare che la razza ariana non comprende elementi deboli.
Anche gli anti-eroi paiono usciti da un fumetto o un videogioco, i cui dettagli, anche estetici, emanano personalità, seppur le gesta e le battute siano spesso di routine. Il difetto più importante, purtroppo, è il come alcuni personaggi siano rimasti caricature incomplete nella loro caratterizzazione, come Sorella Harriet, ex agente del MI-6 diventata suora, o Lonny Flash, ex attore i cui problemi di autostima sono rimasti confusi. Altro discorso invece per Mindy e Murray Markowitz, coppia sposata di cacciatori sopravvissuta all’Olocausto, il cui percorso narrativo riscontra esito positivo quando, una volta catturato il nazista con cui avevano lasciato un conto in sospeso, si rendono conto che ormai, passati più di trent’anni, non sanno più cosa fare di lui, provando così una crescita interiore importante che nemmeno loro si sarebbero aspettati di raggiungere, e per Biff Simpson, perfetto fin dal suo ingresso in scena nel pilot, che ricorda come un nazista che ha commesso azioni tanto indicibili non può realmente cambiare sé stesso.

Il complesso rapporto di Johan con la vendetta è ciò che il pubblico amerà di più e a cui presterà più attenzione, nonostante la soddisfazione e il piacere di assistere a quest’utopica vendetta, ponendosi tutte le domande del caso e cercando di rispondergli. Il protagonista infatti, ma forse anche lo stesso spettatore, non accetterà da subito i modi barbari dei cacciatori, chiedendosi quale sia la cosa più giusta da fare e lamentandosi del fatto che solo i buoni devono imporsi di rispettare delle regole. La metafora sugli scacchi, insieme a quella del supereroe, è il vero vanto narrativo della serie, e le due serviranno a guidare sia il protagonista che il pubblico nella riflessione su cosa sia vendetta e cosa giustizia e su chi tira i fili dall’alto; allegorie che raccontano gli orrori dei campi di concentramento con l’obiettivo di colpire i sentimenti dando voce a temi che sfortunatamente sono ancora attuali.

«Come ogni ragazzino dell’Impero galattico, anche Darth Vader è stato condizionato a credere che qualche ribelle Jedi sarebbe spuntato per uccidere i suoi genitori. Non si svegliava tutte le mattine con l’obiettivo di distruggere la galassia. Si alzava ogni giorno convinto di doverla salvare.» La vita e il personaggio di Johan vengono introdotti nella serie partendo proprio da una riflessione nerd su Star Wars (monologhi/conversazioni che ricordano da vicino il mondo Tarantiniano). Un pensiero innocuo che viene suggerito dal regista allo spettatore, come fosse un modo per indurlo a capire, o semplicemente cercare di dare una spiegazione a tutte quelle azioni che si nascondono sia dietro l’ideologia nazista che dietro il pensiero alla base della missione dei cacciatori ebrei.

Titolo originale: id.
Regia: David Weil
Interpreti: Al Pacino, Logan Lerman, Jerrika Hinton, Lena Olin, Saul Rubinek, Carol Kane, Josh Radnor, Louis Ozawa Changchien, Dylan Baker, Tiffany Boone, Greg Austin, Kate Mulvany
Distribuzione: Amazon Prime Video
Durata: 70′ (circa a episodio)
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)