"I Robinson – Una famiglia spaziale", di Stephen J. Anderson

La Disney vuole guardare avanti e costruirsi un nuovo futuro. Ci riesce tecnicamente, sperimentando e raggiungendo livelli di elaborazione grafica sempre più sbalorditivi. Ma le storie raccontate rimangono sempre uguali a se stesse, incapaci di evolversi e soprattutto di emozionare veramente

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"Il tema del nostro film si può riassumere in una frase: guardare avanti". Così dichiara Steve Anderson, regista del film. Questa frase, oltre ad essere il pensiero guida su cui si basa la storia narrata, sembrerebbe una dichiarazione d'intenti da parte della Disney. Peccato che non sia vera fino in fondo. Perché se dal punto di vista tecnico è indubbia la qualità raggiunta dall'animazione della Disney, dal punto di vista narrativo si è ancora legati ai soliti schemi e alle solite storie. Per di più, in questo caso, viene anche ritirato fuori il concetto di famiglia con tanto di buonismi e sentimentalismi vari pronti a trasformarsi in facili tranelli emotivi. La Disney sembra ancora lontana da quella tendenza dimostrata da alcuni lavori della Pixar (Gli Incredibili) e della DreamWorks (Shrek 1 e 2) di spostarsi verso un target di spettatori più adulto. La Disney continua a sfornare film per bambini, dove la morale è semplice e consolatoria e dove queste fughe in mondi immaginativi e fantastici hanno sempre più il sapore di un'allucinazione psichedelica.

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Il protagonista del film, Lewis, è un orfano con un quoziente d'intelligenza di un genio. E proprio per questo non riesce a trovare una famiglia che l'adotti. Allora l'unico modo è quello di mettersi alla ricerca della vera madre, cercando di inventare un'apparecchiatura capace di visualizzare i ricordi. Da questo momento inizieranno tutta una serie di avventure che lo porteranno addirittura nel futuro dove incontrerà personaggi più o meno stravaganti grazie ai quali scoprirà molte cose su se stesso e proprio sul suo futuro.


La parte più divertente della pellicola gioca proprio sulla costruzione dei vari personaggi, sul modo per caratterizzarli, sulle loro particolarità. Le parentesi  musicali, tanto care alle produzioni Disney, vengono diminuite ad un paio di inserti, mentre risultano molto divertenti i momenti in cui alcune rane cantano e suonano imitando Frank Sinatra e il suo clan. L'uso della citazione cinematografica, ormai d'obbligo nei film d'animazione, svaria da Chaplin (la danza dei panini de La febbre dell'oro) ai combattimenti di kung fu (tra Kill Bill e Matrix). Interessante è il lavoro svolto sull'estetica della città del futuro nella quale arriverà Lewis, dove ci sono rimandi al movimento artistico dell'industrial design ispirato al Futurismo degli anni '30 e '40. Per questo prodotto la Disney sperimenta anche un nuovo sistema di elaborazione digitale, il Disney Digital 3D, capace di ricreare sullo schermo (attraverso un particolare proiettore) una forte sensazione di tridimensionalità.


La capacità di creare storie nuove ed emozionanti (si pensi semplicemente alla bellezza di Monster&co) non potrà purtroppo mai essere colmata dalle meraviglie del digitale. La Disney continua a lavorare sulla tecnica e raggiunge risultati sbalorditivi, ma questa magia che attraversa indubbiamente gli occhi non sembra più in grado di arrivare fino al cuore.


 


Titolo originale: Meet the Robinson


Regia: Stephen Anderson


Distribuzione: Buena Vista International


Durata: 88'


Origine: Usa, 2007


 


 

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