Il signor Diavolo, di Pupi Avati

È dai dettagli – perché si sa, il (signor) Diavolo è nei dettagli – che si evince la chiusura del cerchio. Di quel cerchio gotico, gotico padano, gotico avatiano, così intimamente legato all’autore racchiuso entro il suo perimetro di paure, ricordi e inquietudini.

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Dettagli, dunque. Come il ruolo assegnato in Il signor Diavolo a Lino Capolicchio, che fu alfiere di La casa dalle finestre che ridono (1976) – punto di partenza di un filone già accarezzato con Balsamus. L’uomo di Satana (1968), Thomas… gli indemoniati (1969) e, soprattutto, con soggetti e trattamenti mai impressi su pellicola come Fuori dal bosco di Erpin – nel ruolo di Stefano, vittima dei misteri di una chiesa malata, perversa e deforme come don Orsi, prete-donna interpretato da Eugene Walter. Ora Capolicchio chiude il cerchio vestendo i panni di don Zanini, sacerdote, esponente proprio di quel clero che, dagli spretati di Zeder (1983) e L’arcano incantatore (1996) alle converse di Il nascondiglio (2007), è giunto fino all’oggi del gotico padano per nascondere altri misteri, altre superstizioni, sempre legate a doppio filo al territorio del Polesine.
Perché il gotico padano è il punto esatto in cui la tradizione orale contadina dell’Emilia-Romagna – esperita da Avati in gioventù – incontra la letteratura esoterica dei Pauwels e Bergier e quella liturgica di Cristina Campo, così ardentemente divorate dal cineasta, per dare vita a una mistura horror-thriller di inequivocabile paternità (rafforzata dalle ossessioni del Pupi uomo e credente, prima che artista) e di scioccante forza attrattiva.

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Dettagli, ancora. Come quei ponticelli tra le sponde delle ramificazioni polesane che solcano Comacchio e che la macchina da presa inquadra come aveva fatto nel 1976. Sempre cara fu a Pupi quella Comacchio, dove non a caso l’autore ha scelto di presentare al pubblico Il signor Diavolo il 22 agosto, bagnando il primo giorno di programmazione con quelle acque ormai gotiche per osmosi.
Tutto torna, e tutto torna lì. A quei luoghi, a quelle tradizioni, a quel sapore paesano e periferico deputato a contenere l’orrore più indicibile. Gianni Cavina, i flashback sulle paludi deltizie cotte da un sole devastante, la chiesa come epicentro della paura, le suore come vestali di culti che si muovono negli interstizi tra sacro e pagano, liturgico e cabalistico («Nella cultura contadina il maligno viene associato col deforme. E a Lio Piccolo è rimasto ancora tutto così», si dice nel film).
Il signor Diavolo è un ritorno coi fiocchi, montato in stato di grazia da Ivan Zuccon – capace di dipanare una matassa narrativa, tratta dal romanzo omonimo di Avati, strutturata su tre livelli temporali – e interpretato dalla rivelazione Gabriele Lo Giudice con il piglio dei protagonisti del filone, attratti dal baratro almeno quanto il baratro è attratto da loro.
La regia incrocia stilemi da gotico tradizionale (prospettive basse, deformazioni verticali) a tipiche visioni avatiane su volti e paesaggi, ma l’autore aggiorna la propria materia consentendo a Sergio Stivaletti di sciorinare un campionario di efferatezze splatter e gore ad altissimo impatto grafico. Ne nasce un oggetto filmico affascinante, disturbante, che conferma quanto Avati sia ancora un maestro del cinema di genere italiano. Meglio, del cinema di genere padano. Perché altrimenti non si spiegherebbe come mai il bambino che si dice posseduto dal Diavolo si chiami Emilio…

Regia: Pupi Avati
Interpreti: Gabriele Lo Giudice, Filippo Franchini, Cesare S. Cremonini, Massimo Bonetti, Lino Capolicchio, Chiara Caselli, Gianni Cavina, Alessandro Haber, Andrea Roncato
Distribuzione: 01
Durata: 86′
Origine: Italia, 2019