Il testimone invisibile, di Stefano Mordini

“I dettagli, signor Doria, sono i dettagli a fare la differenza“, ripete l’avvocato Virginia Ferrara (Maria Paiato) ad Adriano Doria (Riccardo Scamarcio), principale sospettato dell’omicidio della giovane e bella fotografa Laura Vitale (Miriam Leone). Adriano insiste sulla sua innocenza, anche se tutte le prove e l’opinione pubblica lo incolpano. Sulla TV passano in continuazione le immagini di Doria – sposato, con una figlia e imprenditore di successo – che si incrociano con quelle di Laura, sempre col viso malinconico e lo sguardo perso come se anticipasse il suo destino, mentre costruiscono un racconto parallelo fatto di flashback, supposizioni, corpi nascosti, idee e intenzioni. Niente di concreto, tutto da svelare.

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Il primo thriller del regista Stefano Mordini, che si avvicina di più ai suoi ultimi lavori per la TV Solo (seconda stagione) e Liberi Sognatori – La scorta di Borsellino, si svolge principalmente dentro una stanza, dimensione sospesa e allo stesso tempo l’unico pezzo di presente, che minaccia comunque di diventare menzogna. Come se fosse una sorta di Nodo alla gola, dove si cerca di raggiungere la verità soltanto attraverso il livello narrativo, le parole e la fiducia nella costruzione discorsiva degli altri, anche sulla traccia di un corpo sparito che diventa la presenza più pesante della stanza. Oppure una sorta di Paura in Palcoscenico, dove l’interazione verbale e il gioco tra verità e bugia si rende l’unica dinamica possibile per raggiungere o rovesciare qualunque attimo di verità. Il testimone invisibile si rivela così come una proposta troppo consapevole delle sue intenzioni. Che sono, allo stesso tempo, il proprio nodo alla gola.

Questa consapevolezza e continuo sottolineare la volontà di rendersi un prodotto di genere credibile, un classico prematuro, diventa anche la prova più irrefutabile della sua precarietà. L’intenzione era probabilmente quella di seguire la traccia di una suspense hitchcockiana o le regole stabilite del cinema noir come un orologio svizzero ma senza perdere la sostanza, il percorso narrativo verso la costruzione di una verità, oppure la costante decostruzione del principio che rende evidente tutte le versioni possibili di una stessa dimensione. Con una scintilla occasionale, un’emozione genuina – come quelle che porta avanti Fabrizio Bentivoglio con il personaggio più riuscito del film – e l’illusione di un approdo, dello sconfinamento di una regola, di un’originalità raggiunta. Questa pulsazione matematica, la coreografia di sguardi, sospetti e movimenti che funzionano nell’attirare l’attenzione e svelare una certa curiosità, svolge la meccanica di un palcoscenico pieno di oggetti di scena, dove le cose funzionano ma si rendono ogni volta più finte. Fino a raggiungere una perfezione apparente che è allo stesso tempo la perdita graduale di un’anima.

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Il filo rosso che unisce tutti i corpi si dipana e si ingarbuglia e spinge oltre le possibilità di sviluppo e i confini di ciò che possiamo chiamare coraggio. Ma anche se finisce per sgrovigliarsi e riprendere una strada diritta, lascia sospeso pure un punto interrogativo: perché continuiamo a cercare, se sappiamo già cosa troveremo? 

 

Regia: Stefano Mordini
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Miriam Leone, Fabrizio Bentivoglio, Maria Paiato
Durata: 102′
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Origine: Italia, 2018