IL TRADITORE: Buscetta Tommaso, infame

In una rovente stanza della questura di Roma, nel torrido luglio dell’84, Tommaso Buscetta, il cosiddetto boss dei due mondi, sta aspettando l’arrivo del giudice Giovanni Falcone per iniziare l’interrogatorio, il primo da quando è stato estradato in Italia. La sua ricca latitanza in Brasile, infatti, è finita all’improvviso, quando la polizia ha fatto irruzione nella sua splendida villa a San Paolo e lo ha svegliato nel cuore della notte insieme alla sua famiglia. Non sono valsi a niente i tentativi di corruzione, i silenzi ostinati nonostante le torture atroci e il tentativo di suicidio con la stricnina. Alla fine lo Stato italiano ce l’ha fatta ad averlo tra le mani e Masino si ritrova davanti a una scrivania vuota, senza sigarette, in attesa di questo ostinato sostituto procuratore. Già dalle prime parole che si scambiano, Buscetta sa bene che Falcone è diverso dagli altri uomini di Legge che ha conosciuto nella sua lunga carriera da criminale. Il giudice è nato e cresciuto nel suo stesso quartiere e, pur con un titolo di studio altisonante, conosce bene la lingua della strada. Falcone capisce al volo il linguaggio muto di chi non ha bisogno di parole per comunicare un ordine o dare un’informazione, un idioma arcaico quasi indissolubile con una certa sicilianità. È proprio grazie a un’intuizione istintuale del genere, un pacchetto iniziato di Marlboro offertogli dal giudice, a smuovere qualcosa dentro Buscetta. Il magistrato non vuole umiliarlo, non si mette in una posizione superiore a lui. Forse per il mafioso, il momento di parlare è davvero arrivato.

In tutte le biografie di Falcone l’offerta del pacchetto iniziato di sigarette (non chiuso, non una stecca intera ma proprio un pacchetto aperto e quasi vuoto) ha un peso determinante, quasi da mito fondativo. Il gesto, quasi naturale ma stracolmo di importanza simbolica, è perfetto per rappresentare un passaggio chiave nella storia dell’Antimafia: l’inizio della collaborazione con Tommaso Buscetta, il più importante pentito dell’epoca. Negli anni 80 i pentiti e i collaboratori di giustizia hanno una triste fama. Da meno di un anno il paese ha potuto vedere sulla pelle di Enzo Tortora i danni della mitomania di un presunto ex camorrista mentre la collaborazione del brigatista Patrizio Peci ha generato la tragedia mediatica del sequestro e dell’esecuzione di suo fratello Roberto, semplice operaio di San Benedetto del Tronto. Anche nella lotta alla mafia, prima di Masino, i rapporti con i collaboratori sono stati ambigui e disastrosi. Basta ricordare il triste epilogo toccato a Leonardo Vitale, uomo d’onore deciso a pentirsi, presto etichettato come un matto psicolabile e abbandonato dallo Stato alla vendetta mafiosa. L’apporto e l’importanza di Buscetta, anche grazie all’intelligente e attento lavoro di Falcone, in quel momento è stato una fortunata eccezione, dando il via al maxi processo, il capolavoro della procura di Palermo che porterà dopo 638 giorni a 346 imputati, 19 ergastoli, e 2665 anni complessivi di carcere.

buscetta archivio il traditoreNella narrazione della lotta tra lo Stato e la Mafia, e quindi nelle biografie che dal 1992 a oggi hanno riproposto la storia dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il ruolo di Buscetta è stato quello del comprimario. Relegato quasi sempre in poche scene, colorato da un’estetica caratteristica estetica, non troppo lontana dall’immagine viveur che il mafioso voleva dare di sé stesso, il Buscetta dei prodotti televisivi o dei film d’inchiesta è nascosto da spessi occhiali da sole, da un trucco ostentato per simulare le famose plastiche facciali a cui si sottopose, dai lunghi capelli tinti. Tra i tanti attori che lo hanno interpretato il Luigi Maria Burruano di Paolo Borsellino, con la sua breve apparizione, sintetizza l’immagine e il peso che si è voluto dare al fenomeno Buscetta: un personaggio folkloristico ma necessario, un compromesso che gli eroi devono pagare per raggiungere l’obiettivo più grande. In qualche modo anche Ricky Tognazzi si è mosso su questa traccia, portando però il suo pentito su un livello più elevato. F. Murray Abraham nel film Giudici è un personaggio estremo, un fiume in piena che si riversa addosso al Falcone di Chazz Palminteri, in una sequenza dell’interrogatorio che ha tutta la sua decisiva importanza.

Ma chi è davvero Tommaso Buscetta? Il semplice “soldato” legato all’onore e alla tradizione della vecchia mafia di una volta come si è professato nelle sue dichiarazioni all’antimafia? Oppure un astuto narcotrafficante che, intuendo prima degli altri il vero giro da affari, ha saputo sfruttare il suo carisma invisibile per muoversi tra due mondi? Nato a Palermo nel 1928 da una famiglia di vetrai, l’uomo d’onore ha impegnato la sua vita nel motto “meju ficcari che cumannari”. Fedele a questo diktat, Masino, bello, affascinante e dotato da un riconosciuto carisma che gli permette “di essere uno che quando parla la gente lo ascolta”, si è mosso ai margini di Cosa Nostra, mai in prima linea, sempre dietro alle fazioni sconfitti delle guerre di mafia. Perdente di lusso, Buscetta sceglie di onorare l’amicizia con Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, leader mafiosi trucidati da Riina, finendo presto nel mirino dei corleonesi. A differenza del suo grandissimo amico favino il traditorePippo Calò, l’uomo che lo tradisce uccidendo i suoi figli, Don Masino per ingenuità e per un mal riposto senso dell’onore, diviene il nemico numero uno per la nuova Mafia. Odiato dagli avversari per il suo disinteresse al comando e per la sua voglia di vivere alla grande (le ville immense, i soldi ostentati, i matrimoni, le amanti) Riina vede in lui tutto quello che disprezza, prima che un serio pretendente a comandare i resti della fazione nemica.  Quest’ossessione antropologica Buscetta la paga cara, sulla pelle dei due amati figli maggiori, di un fratello e di diversi altri parenti. Un destino degno di un eroe del un mito greco, di quei tragici re sconfitti che popolano le pagine di Erodoto. Un’ esistenza che lo segna, lui, l’uomo che non volle essere capo.

Bellocchio intuisce la portata simbolica del personaggio. Il regista, infatti, si smarca da un’immagine narrativa preconfezionata e recupera il vero Buscetta dalle fonti. Grazie all’apporto decisivo di Pierfrancesco Favino, il boss dei due mondi rivive con tutte le sue contraddizioni e le sue polarità. Poliglotta, dandy e flemmatico, Masino più che una belva in gabbia sembra una preda disposta a tutto per sopravvivere. Il suo desiderio di vendicarsi non con la pistola ma con la parola, rivive nell’interpretazione orale dell’attore romano, pronto a muoversi nel puzzle folle di dialetti, lingue e toni di voce. Buscetta-Favino vuole rappresentarsi diverso dai corleonesi di Riina e dall’immagine stereotipata del mafioso bestiale, e ciò lo rende un personaggio coraggioso, ambiguo e pericoloso allo stesso tempo. Quello che sappiamo di lui arriva dalle sue parole, dai suoi racconti infiniti. Ma qual è la verità? Noi sappiamo quello che lui deve dirci o quello che vuole farci sapere? Come in un pretenzioso thriller, il dubbio che quella che ci scorre davanti sia la storia per Buscetta e non la storia di Buscetta permane per tutta la visione. Noi come Falcone dobbiamo fare un atto di fiducia verso un uomo che ha perso tutto, pronti a credere al suo verosimile, attenti a non cadere nella trappola del suo fascino.