La casa delle bambole – Ghostland, di Pascal Laugier

L’incidente capitato sul set ad una delle protagoniste del film, Taylor Hickson (che interpreta il personaggio di Vera da giovane), rimasta sfigurata durante uno degli ultimi giorni di riprese, è uno di quegli eventi che servono a distribuire le ombre e l’attributo di maledetto che tanto si addice ad un horror. A prescindere dall’aspetto giudiziario, l’attrice ha chiesto un risarcimento milionario per danni fisici e psicologici alla produzione, la ferita sul lato sinistro del volto che ha richiesto l’intervento con settanta punti di sutura, richiama in maniera inquietante il viso frantumato della locandina, che rappresenta la deriva mentale di un incubo. La casa delle bambole è il quarto lungometraggio del regista francese Pascal Laugier, consacrato dal successo di Martyrs, e come i precedenti film parte da una scelta di genere definita e dentro quello schema si muove adottando i relativi strumenti a disposizione. La casa delle bambole non fa eccezione, a partire dall’omaggio al padre della categoria, Howard Philips Lovercraft, ma possiede una struttura più vicina in realtà al primo lavoro dell’autore transalpino, Saint Ange, nel quale, così come in questo ultimo, tre donne combattono mostri interni o esterni in qualche costruzione isolata.

La protagonista stavolta è Beth (Crystal Reed) una ragazza ossesionata dalla letteratura horror che arriva nella casa di una vecchia zia ricevuta in eredità insieme alla mamma Pauline (Milène Farmer) e alla sorella Vera (Anastasia Phillips). La situazione precipita a poche ore dall’arrivo quando la famiglia viene aggredita da due maniaci, terrificanti nell’aspetto e naturalmente sadici e crudeli nei modi. I rumori sinistri ed i dettagli inquietanti sulle centinaia di bambole di porcellana precipitano lo spettatore immediatamente nell’angoscia, un’angoscia raggiunta più attraverso lo spavento che non con una vera e propria paura. La paura è qualcosa di silenzioso, che arriva al centro del cuore per una strada lunga, mentre quella che sceglie Laugier è dritta e senza curve, la descrizione ambientale è minimale, e l’azione entra subito nel vivo soprattutto grazie ad un sound design di primissimo livello.

Piantato l’evento traumatico la storia compie un ellissi narrativa in avanti con Beth diventata una scrittrice di successo e vive in città, ma che da quella notte di tanti anni prima non è mai venuta definitivamente fuori. Un espediente minimo serve a richiamarla dove tutto ha avuto inizio, ed è a quel punto che i diversi piani di realtà cominciano a confondersi ed i salti temporali si moltiplicano fino a cancellare un riferimento preciso e prende forma il carattere illusorio del racconto. E diventa difficile stabilire se il presente sia il frutto del passato o soltanto una proiezione di una fantasia disturbata. L’enorme impatto sonoro e visivo sono di grande efficacia. Quello di cui si sente la mancanza è forse proprio di qualcosa di sottinteso, l’impressione è che dietro questo sovraccarico innovativo estetico e plastico, realizzato dentro territori ormai ben noti, sia mancato il coraggio di cercare qualcosa di più profondo di un semplice sfasamento nel campo dell’intangibile racchiuso dentro un sogno. E resta appunto piuttosto inesplorato nel rapporti tra i protagonisti, che pure hanno degli aspetti morbosi e lasciano trapelare un disagio, che salvo superficialmente, viene trascurato.

 

Titolo originale: Ghostland

Regia: Pascal Laugier

Interpreti: Crystal Reed, Mylène Farmer, Anastasia Phillips, Emilia Jones, Taylor Hickson

Distribuzione: Koch Media

Durata: 91′

Origine: Francia/Canada 2018

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