La donna che visse due volte, di Alfred Hitchcock

Il titolo originale del film è Vertigo (1958) e al centro dell’azione vi è la paura del protagonista del vuoto, dell’altezza, le vertigini. Scottie (James Stewart) è un ex poliziotto che ha dovuto lasciare il lavoro perchè ha visto morire un suo collega cadendo nel vuoto. Gavin Elster, un suo ex compagno di scuola, gli affida l’incarico di pedinare la moglie. Scottie accetta e si innamora della bella Madeleine, una sensuale Kim Novak, in verità avrebbe dovuto esserci Vera Miles e il film per Hitchcock avrebbe avuto un valore aggiunto per la segreta passione che nutriva per quest’attrice. Dopo un primo tentativo di suicidio, Madeleine riesce nell’intento gettandosi da un’alta torre di una missione. Il senso di colpa di Scottie ormai innamorato della donna lo getta nella depressione e quando esce dalla clinica incontra Judy (sempre Kim Novak) una donna che assomiglia a Madeleine. Fa di tutto perché questa somiglianza diventi identità, ma da un particolare emerge la verità. Era tutto un piano affinchè venisse uccisa la vera moglie di Elster. Scottie costringe Judy/Madeleine a tornare sui luoghi dove Madeleine sembrava fosse morta, vincerà le vertigini e la sua paura del vuoto, ma perderà per sempre l’oggetto del suo amore.

La donna che visse due volte è forse il film di Hitchcock dalla struttura più complessa che offre le maggiori opportunità per entrare nel mondo del suo regista, delle sue ossessioni e della funzione perfino terapeutica dei suoi film rispetto alla patologia del suo mondo interiore.

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Scottie è un ennesimo alter ego del regista inglese che maturò durante la sua vita ossessioni particolari per le sue attrici preferite, vivendo queste tormentate vicende nell’eterno rapporto tra una forte attrazione e un’altrettanto identica repulsione. Questo contrasto aveva origine dalla convizione che ogni donna avvenente costituisse una pericolosa seduzione dello spirito e del corpo (Donald Spoto – Il lato oscuro del genio, Lindau). Da queste premesse, che trovano ampio fondamento non soltanto nella biografia del regista, ma restano dimostrate anche dai suoi film, è evidente che il film non possa sfuggire ad una interpretazione che esuli da queste vicende biografiche.

La donna che visse due volte si trasforma in un’analisi introspettiva e la freddezza sessuale di Scottie nei confronti del suo oggetto d’amore assomiglia assai da vicino ai comportamenti che egli stesso adottava. Il regista inglese forse lavorò per tutta la vita su questi temi c’è chi immagina che la tecnica della suspence, tanto amata nello sviluppo dei suoi film, altro non sia stata che la soluzione al conflitto che lo turbava profondamente; non è causale che ebbe a dire che la suspance è come una donna.

La trama e lo spessore dei personaggi, la suspence creata dall’attesa di sapere se Judy sia Madeleine o sia una sua fantasmatica replica, il feticismo di Scottie che obbliga Judy ad una metamorfosi posticcia per assomigliare sempre e di più all’indimenticata Madeleine che rimanda all’eterno tema del doppio e i virtuosismi delle riprese, soprattutto quelli volti a rendere l’effetto dell’acrofobia di cui soffre il protagonista, sono tutti argomenti noti ai frequentatori del cinema di Hitchcock, ma in questo film sembrano amplificati sottolineando il clima di forte tensione erotica che si respira nella storia. Questo particolare profilo che altrove sembra appartenere allo sfondo della storia, paludato, ad esempio, dalla rigidità e dall’impotenza di Jeff e dall’algida presenza di Lisa in La finestra sul cortile o diluita in una storia che apparentemente si occupa di spionaggio (Notorious), non in Marnie, dove il tema erotico-sessuale è il motore dell’introspezione alla ricerca delle ragioni di una evidente incapacità a compiere l’atto sessuale, in La donna che visse due volte i temi assumono altri toni e altre forme. Hitchcock ha definito il feticismo di Scottie “sesso psicologico” che spinge il personaggio a ricreare l’immagine sessuale impossibile spingendolo al desiderio di andare a letto con una donna morta e traducendosi quindi, questa ossessione, in necrofilia.

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L’oggettiva complessità della costruzione, che si avverte fin dalle prime sequenze, forse non giovò al film che fu compreso sia dai critici, sia dal pubblico molto più tardi rispetto alla sua uscita, ma di contro costituisce un esempio quasi paradigmatico della ricca struttura che spesso si fa segreta nelle storie raccontate dall’autore inglese. Un cinema che può essere fruito come un comune oggetto di consumo, seppure di qualità superiore, oppure attraverso la decifrazione dei codici interni, sempre specchio di una coscienza inquieta, come un cinema fatto di vita, di segreti, di paure che nel racconto cinematografico, pratica quanto mai liberatoria, esprimono perfino la propria forza spettacolare e si trasformano in rimedio curativo per anime sofferenti.

 

Titolo originale: Vertigo
Regia: Alfred Hitchcock
Interpreti: James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Tom Helmore, Henry Jones
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Durata: 128′
Origine: USA, 1958

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.82 (11 voti)

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