La veduta luminosa, di Fabrizio Ferraro

Indipendente e poetico, un viaggio fuori dal tempo tra le viscere di un bosco, alla ricerca dello spirito di Friedrich Hölderlin. Presentato alla Berlinale 71 e trasmesso nella notte di Fuori Orario

Nella sezione Forum del Festival di Berlino e quasi in contemporanea anche su Fuori Orario, La veduta luminosa, di Fabrizio Ferraro. Come gli altri suoi lavori (Gli indesiderati d’Europa, Checkpoint Berlin), anche questo è un film dal forte spirito indipendente e poetico, un viaggio fuori dal tempo, tra le viscere di un bosco, alla ricerca dello spirito di Friedrich Hölderlin. Un regista scomparso da tempo viene ritrovato dall’assistente di un produttore. I due partono per Tubinga, alla ricerca di Friedrich Hölderlin e alla ricerca di un progetto che dovrebbe portare alla realizzazione di un film sul poeta tedesco. Ma durante il viaggio tutto si complica, tutto sembra impossibile da concretizzare e sale in fondo un canto dolente, sofferente, in cui la natura riempie l’immagine dei tempi, la disegna.

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Ecco, per scelta o per necessità, il cinema di Ferraro sembra votarsi al nomadismo perenne, se consideriamo, tra gli altri, i precedenti Quattro notti di un straniero, sul viaggiare da Berlino a Berchidda del trombettista Paolo Fresu in Quando dal cielo, sulla peregrinazione incessante della scultura “Il Battesimo di Cristo” in Colossale sentimento, sul già citato Gli indesiderati d’Europa. L’avanzare della mdp alle spalle dei protagonisti intervallata con l’uso della soggettiva, lasciano che si entri nel centro più riposto e inimitabile della soggettività, costituito dallo sguardo, dalla maniera di creare una relazione indissolubile tra naturale a antropico. Il poeta si firmava Scardarelli, nella sua quiete follia. La sua follia se l’era meritata, mentre oggi ce ne sono di pazzi che non la meriterebbero quella follia. Ferraro invita a guardare nell’aperto, cercando ciò che è nostro, per quanto lontano. Come il suo personaggio errante, Emmer, cerca ciò che nostro per quanto lontano, dormendo nel bosco, ai piedi degli alberi, attraversando trasparenze e immagini fuori fuoco.
Gli Dei sono fuggiti, il mondo è disertato dal divino, tuttavia un fuoco ci trascina, nonostante tutto, c’è questa urgenza, domanda che preme nel profondo, una domanda che ci impone a cercare ciò che è più propriamente nostro. Cercare il dove, il da dove. Quel domandare osa scavalcare l’ultimo orizzonte per porci all’aperto, nello spazio sconfinato. Figli del caso verso la dissipazione. Ma la verità è una sola? La verità va declinata. Emmer non incontra una pietra di inciampo, ma nel suo cammino si attende qualcosa, l’assurdo in cui lo sguardo naturalistico, ferocemente indifferente, si fonde con lo sguardo tragico, di boschi neri a rivestire una terra di dolore, una terra nuda, da una veduta luminosa.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (4 voti)
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