La Voie Royale, di Frédéric Mermoud

In Piazza Grande a Locarno 76, è la storia di una ragazza che desidera di essere ammessa nel prestigioso Politecnico di Lione. Un insolito coming of age, freddo, bramosia razionale di un sogno

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Come si racconta un sogno? Frédéric Mermoud lo fa attraverso Sophie, una ragazza diciassettenne che insieme alla sua famiglia possiede un allevamento di maiali. Scoperta un’eccezionale predisposizione per la matematica, la ragazza lascia la provincia per andare a Lione in un importante scuola preparatoria dedicata a chi vuole frequentare istituti prestigiosi, come la Normale o il Politecnico, e aprirsi delle prospettive sul futuro più ampie e radiose. Quello che ottiene è un coming of age scolastico, tra banchi ed esercizi alla lavagna, un modo per discutere di rigore e disciplina, predisposizione e talento, impegno ed ancora impegno e fallimenti e successi. Con uno sguardo defilato registra un sistema severo, che richiede sacrifici, abnegazione, perfino crudele, un percorso accidentato e pieno di ostacoli ma pieno di promesse di potere e denaro ed il miraggio della libertà. Per farlo limita i contatti esterni allo spazio didattico, e rinuncia quasi del tutto ad una sottotrama sentimentale riducendola a qualche trasgressivo bacio alla francese, in confusione alcolica, insieme ad una relazione mai veramente nata.

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Rimane un’analisi fredda e metodica già dalla scelta cromatica, razionale come si pensa possano essere i numeri nel sentire comune. Una scrittura che non dimentica di inserire un’insegnante particolarmente rigida, l’educatrice inflessibile, per descrivere le reazioni degli alunni sotto pressione e metterli di fronte all’umiliazione di una sconfitta, al senso di inadeguatezza, al desiderio di fuggire allo studio pazzo e disperatissimo di leopardiana memoria. Dietro ad una struttura così volutamente asfissiante, che racchiude le ambizioni ed anche i privilegi di classe dovuti alla nascita, vive la speranza di poter cambiare le cose. Le difficoltà sono il prezzo da pagare per combattere le ingiustizie e rendere possibile quel sogno che rischia di naufragare. La scelta del regista di assegnare tanta fiducia al sistema scolastico, con i suoi discutibili principi di meritocrazia, suona abbastanza anacronistica, sia per i sfiancanti metodi avvallati, tipo ingerire pasticche per aumentare il rendimento, sia per la certezza dei risultati, tutt’altro che scientifici, e sarebbe sicuramente discutibile. Sola giustificazione può essere la buona fede di rimettere la serietà alla base di qualsiasi attività umana, anche se il dovere e l’impegno sono niente senza il supporto della creatività e la passione, come il finale si affretta di dimostrare. Il film lascia invece cadere delle derive piuttosto interessanti, soprattutto quelle legate alla famiglia, con il fratello della protagonista impegnato nelle battaglie con i Gilets Jaunes e l’azienda alle prese con delle difficoltà economiche, spunto per una dimensione politica che però si accende soltanto per riflesso e non affonda nel conflitto di classe il cui fantasma si aggira sullo sfondo.

2.3
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