L'amore è tutto quello che non si può dire – "J'entends plus la guitare", di Philippe Garrel

Si vide a Venezia e poi non fu mai distribuito, recuperato solo in tv dalle notti imprevedibili di "Fuori Orario". Eppure è uno dei film più belli degli ultimi 10-20-30 anni…
Sabato notte, ancora a "Fuori orario", ritorna il capolavoro di Philippe Garrel: lo ricordiamo con un brano dal libro "Culti non colti", Edizioni Falsopiano

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Come fare un film sul "niente", o sul "tutto", cioè i sentimenti. Garrel prende due uomini e due donne, poi ancora altre due donne, e li mette semplicemente in scena, corpi senza "sfondo", anime materiche, quasi più luoghi che persone, eppure così incredibilmente veri, nella loro assoluta astrattezza materiale. Chi sono? Cosa fanno? Dove vivono? Lavorano? Nulla è dato sapere di Gerard, Marianne, Martin, Lolla, Aline e Adrienne. Solo inizialmente si intuisce una vacanza, si respira sullo sfondo, lontanissimo dallo sguardo, più vicino ai suoni, quasi agli "odori", il clima dell'Italia costiera (il golfo di Napoli, si presume). Luogo dove i quattro protagonisti non fanno nulla, semplicemente vivono. E parlano, di sé, dei loro rapporti, della (im)possibilità dell'amore. Philippe Garrel  è forse l'unico cineasta a saper realmente parlare – raccontare – affrontare l'amore. Forse l'unico insieme a Troisi. Garrel essiccando l'immagine di ogni altro elemento spurio, riconducendo la sua indagine così autobiografica dentro i confini impossibili di una narrazione estrema; Troisi invece scaraventando la genialità comica tra le pieghe dei rapporti umani, dietro le quinte dei sentimenti, rovesciando sia il genere comico che ogni possibile mèlo. J'entends plus la guitare si vide a Venezia e poi non è stato mai distribuito, recuperato solo televisivamente (proprio Garrel che neppure guarda la televisione…) dalle notti imprevedibili di "Fuori Orario". Eppure è uno dei film più belli e importanti di questo decennio di fine secolo.  Bello perché, come disse Jacques Rivette, quello che è unico dei film di Garrel è questa sorta di "bellezza del tempo puro cinematografico". Ecco qualcosa che esiste solo attraverso le immagini, solo attraverso il racconto, solo, in una parola, attraverso il cinema. I suoi personaggi che parlano parlano e poi meravigliosamente tacciono, per attimi filmati di puri gesti quotidiani, di puro agire,  frammenti senza parole che racchiudono dentro di sé una intimità a dir poco mostruosa, per la sua forza di verità assoluta. Ecco, J'entends plus la guitare, proprio nella sua (quasi) mancanza di narrazione, nel suo essere assolutamente "finto", racchiude in sé come una verità definitiva, straordinaria, unica e irripetibile. E Garrel, con Mark Cholodenko, costruisce dei dialoghi così ermetici, eppure così poetici, così fondamentali. "L'amore è tutto quello che non si può dire", dice ad un certo punto Lolla-Mirelle Perrier. Cioè, per il cinema, è tutto quello che non si può mostrare, splendido tabù baziniano che lo ricollega all'altro tabù per eccellenza, la morte. E ugualmente, proprio nel suo raccontarsi come assenza, o meglio, come ha scritto Ghezzi come non-essenza, il cinema garreliano è intriso di una spietata, inconfondibile autobiografica malinconia dell'amore. Amore come conquista, come terreno di battaglia fondamentale per essere.  Ma anche e soprattutto amore come perdita, perdita dell'altro, perdita dell'amore, perdita – soprattutto di sé.

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Perché di questo tratta J'entends plus la guitare. Di quella parte di se che ognuno di noi perde, ogni tanto, ogni giorno. Da quella quotidiana, biologica, di infinitesimali particelle che ci lasciamo dietro per il mondo, cellule che muoiono e rinascono (come i nostri amori), a quella ontologica, generazionale, quella "linea d'ombra" conradiana che Garrel riprende utilizzando la metafora della chitarra (come ha detto egli stesso "la chitarra è uno strumento feticcio della gioventù… non sento più la chitarra vuol dire, in fondo, ho perduto la mia giovinezza). E questa perdita, sin dal titolo, viene esibita attraverso il senso più complesso dell'uomo, il sentire.  "Sentire" come puro udito (ascoltare il suono della chitarra, splendido attimo "finale" in cui la musica arriva come da un altro universo, forse quello zemeckisiano di Contact), e "sentire" come "essere coinvolti in qualcosa" (ancora, i sentimenti, l'amore). L'addio alla giovinezza come addio al sentire, alle pulsioni che ci permettono di voler rischiare per rovesciare tutto? E allora come ci si difende, dopo, nella seconda metà della vita, dalla fine dei sogni, dall'affievolirsi dei desideri, dalla voglia – paura- bisogno di mettersi in gioco? Appunto, mettendosi – nuovamente – in gioco. Marianne mette il suo corpo ancora giovane in mezzo alla storia (sua, di Gerard, (s)con(i)nvolgendo Aline). Fino all'ultimo (possibile) respiro. E Garrel scava fino in fondo alla propria autobiografia, con quel corpo morto di Marianne non mostrato ma raccontato, caduto lì in terra, da solo, su una stradina di Ibiza, la bicicletta affianco… Garrel è spietato con se stesso, la propria storia, e il suo cinema non potrebbe essere senza la sua storia, le sue storie, rielaborate in un gioco vero/finto da brivido. E se Marianne non è Nico "fisicamente" lo è, in maniera dolcemente crudele,  intimamente.

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Il cinema di Garrel ti espande i sensi, ti penetra dentro e – nonostante tutte le resistenze che uno gli può opporre – ti cambia. Dopo vorresti stringere tutto il mondo, in un desiderio infinito di abbracciare tutto e tutti. Ma rimane la malinconia, la dolce malinconia di Martin, l'unico di cui si accenna un lavoro possibile (dipinge). Solo, senza spiegazioni, con Lolla ormai lontana, Marianne morta e Gerard disperato, sospira: "Devi chiudere le braccia, perché la vita ti prende tutto quello che non stringi forte".

 


dal libro "Culti non colti – Guida al cinema sommerso"


a cura di Gianluigi Negri e Roberto S. Tansi, Edizioni Falsopiano, 1999

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