Le monde après nous, di Loud Ben Salah-Cazanas

Racconta la precarietà dell’esistenza dove il suo protagonista che non parla quasi mai e la cui condizione viene rappresentata soprattutto attraverso la scrittura. Fuori Concorso

C’è una lunga lista di personaggi che vive nelle storie del cinema, soprattutto francese di questi anni, che, immigrati di seconda generazione dall’area del nord Africa, restano privi di una precisa identità, così diversi dall’essere pienamente francesi e così lontano dall’essere pienamente africani.
Questa è la stessa condizione che vive Labidi, interpretato con la giusta incertezza da Aurélien Gabrielli, il giovane scrittore protagonista del film di Salah-Cazanas, che per vivere consegna cibo a domicilio, vergognandosi un poco. I suoi gestiscono un bar a Lione e prima di potergli dichiarare tutto l’amore che sentiva per lui il padre morirà. Labidi è profondamente innamorato di Elisa (Louise Chevillotte), che studia a Lione, ma che per amore si trasferirà a Parigi. I due dopo una crisi torneranno a Lione per sposarsi. Sarà l’amico Alekseij a fargli da testimone e in quegli stessi giorni finalmente uscirà anche il suo primo libro Le monde apres nous, una sua lunga confessione, che consegna al lettore, sulla propria inadeguatezza, sull’essere un figlio sbagliato, dalle speranze disattese per i suoi genitori e sulle incertezze della sua esistenza.
Anche Le monde après nous è, dunque, un film sull’identità e sulla libertà di interpretare questa ibrida condizione. Labidi è il personaggio che forse mette maggiormente a fuoco la sfocatura di una costante incertezza, di una ininterrotta serie di piccoli errori che sono dettati da questa distanza che il personaggio vive nella banale quotidianità, il suo essere sempre precario, nell’appartamento dell’amico Alekseij, sul lavoro, il piccolo furto presso il negozio di occhiali presso cui è stimato, con la sua scrittura, che non sa prendere la piega giusta, se non davanti alla descrizione dell’incertezza della sua esistenza. Un percorso, quello di Labidi, del tutto opposto a quello del padre che da francese, per amore della moglie, si converte alla sua religione e decide di acquisirne anche il cognome.
Labidi e il film ci portano direttamente proprio in quella precarietà dell’esistenza che il cinema ha saputo raccontare e che qui, in questo film presentato Fuori Concorso, sa diventare piena protagonista di una storia dove pochissimo accade e dove l’eclatante avvenimento è solo questo, l’incapacità di interpretare il proprio ruolo, l’instabilità di un’esistenza che non sa trovare un ancoraggio, un punto fermo, un approdo sicuro che possa valere per sempre.
Destinato, dunque, a riempire lo spazio destinato a qualche tassello ancora non perfettamente definito di un più complessivo disegno che il cinema sta disegnando guardando alla condizione del presente, Le monde après nous sa parlare con il quasi silenzio del suo protagonista, sa diventare un fragile racconto di una contemporaneità che vive sull’instabilità delle condizioni esterne, il lavoro e la complessiva incapacità di rappresentare chiaramente il futuro, a causa della quale, per una compensazione che faccia da contrappeso a questo quasi vuoto, ci si affida agli affetti familiari, al partner con il quale si condividono le incertezze, ai rapporti di amicizia. Solo la scrittura riesce a tradurre pienamente la condizione di Labidi, nella quale si riconosce e di cui l’editrice entusiasta del manoscritto si fa portavoce. È in questa semplice acquisizione di consapevolezza che il film sa farsi visione del presente, di quel presente sfuggente e incompleto che lascia il vuoto del tempo, che va riempito con i sentimenti sempre più radicati e non più mutevoli.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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