Incontro con James Mangold e Remo Girone per ”Le Mans 66 – La grande sfida”

“Troppi film ci fanno addormentare anziché risvegliarci. Non intendo che sono noiosi, ma sono mirati a tenerci occupati anziché farci pensare sulla vita. Se io partecipo a fare addormentare le persone rinuncio direttamente a fare il film”. Così James Mangold (Logan,Walk the line) dà una spiegazione all’idea base avuta per girare il suo ultimo film. Preferisce dare al suo pubblico domande a valide argomentazioni piuttosto che concentrarsi troppo sulle battute o sugli effetti speciali.

Mangold, attraverso Le Mans 66- La grande sfida, che ha per protagonisti i carismatici Christian Bale (Batman Begins) e Matt Damon (The Martian) e che uscirà in Italia il prossimo 14 novembre, ci parla delle vicende degli ingegneri e dei membri della scuderia statunitense Ford, che hanno il compito di costruire una macchina da corsa in grado di poter vincere la Le Mans del 1966, paragonando lo sforzo che ci viene narrato a quello necessario a creare qualcosa di grande nel cinema. Realizzare importanti macchine da corsa non è così diverso da realizzare film. Servono sponsor, denaro, persone che si fidano di te e che credono nel tuo progetto; in questo mondo, la parte più importante del realizzare qualcosa sta nel convincere gli altri che puoi farlo, ed è l’affrontare questo aspetto a dare un che di romantico alla pellicola.

Nel film si vive una battaglia tra sport, spettacolarizzazione e commercio; allo stesso modo, il regista vive una battaglia costante tra il commercio e l’arte. Dimostrare che si è in grado di compiere una missione e riuscire nel proposito che ci si era fissati: questo è il motivo per cui ogni professionista fa quello che fa, ha detto Mangold. È una scelta entrare in quest’arena.” Agli attori piace recitare per passione verso il loro lavoro e non solo per la spettacolarizzazione, e sul set ci si muove come un team, similmente a come si collabora in uno sport. Remo Girone che interpreta il volitivo Enzo Ferrari, ha appoggiato le parole del regista “Quando hai la fortuna di entrare in un film come questo fai il massimo per essere all’altezza della situazione. Perchè è questo che possiamo e dobbiamo fare”.

James Mangold ha voluto girare un film sullo sport automobilistico pur non essendo un appassionato. Non riuscendo a seguire una gara in televisione senza annoiarsi, l’ha quindi analizzata per capire il motivo e cosa non andasse. Ha pertanto compreso che ciò che più mancava secondo lui era che dal di fuori, in televisione, si vedevano solo pallini che correvano, mentre l’interno era sconosciuto agli spettatori. Che emozioni provava il pilota?

“Io non so cosa succede dentro la macchina. Il pilota è chiuso nel casco e quello che succede nel motore è un segreto. Qual è la strategia? Cosa pensa il pilota nella macchina? Perché è arrabbiato? Quando sei coinvolto nell’azione è normale provare determinate emozioni, e queste non vengono trasmesse dallo schermo televisivo”.

Mangold ricorda ogni film che ha visto, e non tra quelli che sono i lavori più costosi o spettacolari, ma tra quelli che gli hanno fatto provare qualcosa. “L’obiettivo è trovare la vita interiore dei personaggi. Questo mi aiuta a cavarmela in film complicati. L’effetto speciale più difficile è quello che non si può acquistare da un addetto degli effetti speciali ed è quello di catturare il volto umano”.

L’unica verità che conta sono i personaggi, quello che esprimono, le loro reali emozioni, quello che li caratterizza non solo in alcune scene, ma in tutti gli aspetti della loro vita: sia sul lavoro che a casa, nel personale. Bisogna infatti rappresentare il pensiero e non le parole. “Non ho parole ma attrezzi” dice Carrol Shelby il personaggio interpretato da Matt Damon.

Durante l’incontro con Mangold e Remo Girone, avvenuto alla Casa del Cinema di Roma, il regista ha messo fine con ironia alla domanda se il film fosse una metafora per l’America, per la sua politica o per la guerra, dando un secco e deciso “No”. L’amore di Mangold per il cinema sta tutto nei suoi personaggi, ciò che riescono a farti provare, e soprattutto sta nel farci riflettere sulla vita. Il regista ci parla invece dell’automobile come la più grande metafora sullo spettacolo. Le persone cambiano quando si mettono al volante: diventano diversi, provano emozioni forti, se la prendono con persone per cose che magari prima non avrebbero suscitato la loro ira.

“Non so se sono un grande narratore” ha detto Mangold, dichiarazione che fa sorridere, dal momento che con i suoi film ha ampiamente dimostrato di esserlo. Questo è un film completamente cinematografico, fato in modo che anche le persone che non conoscono la storia vera da cui è tratto si trovino davanti a qualcosa di nuovo.

La scena preferita di Mangold è quella che vede Ken Miles, il personaggio interpretato da Christian Bale, seduto sulla pista al tramonto, che in un monologo racconta al figlio cosa prova quando guida. Parla del suo modo di vedere le cose, cosa può fare e cosa non può fare con la macchina, che diventa quasi una persona alla quale aggrapparsi, di cui si deve fidare e con cui crea un legame, in una sorta di matrimonio tra macchina e pilota. Quando gli è stato chiesto se questa scena, nel suo usare la prospettiva del figlio – oltre quella di Christian Bale, di Matt Demon e della gara – fosse stata pensata in relazione a Logan, dove anche lì la bambina che accompagnava Wolverine fungeva da punto di vista esterno per meglio definire la figura del supereroe, lui ha risposto: “Non l’ho pensata in relazione a Logan, ma il personaggio di Christian Bale, un personaggio maniacale ossessivo sulla pista, è anche qualcos’altro nella vita privata, e dunque sentivo la necessità di far mostrare anche un altro lato di lui”.

“Le vittorie non si comprano”, dice il personaggio di Bale. Nella realtà di quell’ambiente quello che si sa, che si scopre, è che tutti quelli presenti ai box cercano di ingannare gli altri, facendo finta di essere felici quando invece sono tristi. Cercano tutti di vincere questa guerra psicologica. Ma la vittoria non si compra, perché non è la sola velocità a consentirti di ottenere la vittoria: qualunque sia la macchina, devi comunque resistere in gara per 24 ore. Ciò che conta davvero è che il vincitore sia puro, che sia in sincrono con la sua macchina, che sappia davvero domare quella rapidità. Perché se c’è un difetto nella macchina, quella gara lo metterà sicuramente alla luce, e solo il guidatore puro sarà capace di gestirlo.

Le vittorie non si comprano. Così come non si compra l’anima di un regista che dà all’interiorizzazione dei suoi personaggi la priorità assoluta.

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