Les intranquilles, di Joachim Lafosse

Da uno spunto autobiografico, il regista belga firma un’altra anatomia sulla fine della coppia ma anche uno dei ritratti più intensi sulla malattia mentale. Fuori concorso.

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Bisogna fare attenzione all’opera di Joachim Lafosse, perché ormai sta diventando uno degli autori europei più interessanti. Porta avanti quello che inevitabilmente è il tema più contemporaneo e borghese di tutti, la “crisi di coppia”, rifuggendo dal narcisismo auto-assolutorio della sua/nostra generazione e arrivare così a modulare una specie di distanza partecipata, un dolore privato analizzato e rielaborato attraverso i pieni e i vuoti del cinema. Les intranquilles non a caso prende vita dall’esperienza autobiografica del regista e sceneggiatore: il bipolarismo diagnosticato al padre e la disgregazione del rapporto tra i  genitori. E quindi ecco ancora l’ennesima, dilaniante, anatomia di una separazione come in Dopo l’amore o Continuer. Damien è un pittore di talento, che inizia ad accusare disturbi comportamentali, iperattività, sbalzi di umore, deficit di attenzione e insonnia. La diagnosi è bipolarismo e quando non prende i farmaci e arrivano le crisi il rapporto con Leila e il figlio Amin entra profondamente in crisi.

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Ci sono momenti carichi di una tensione asfissiante con le canzoni che possono diventare commento drammatico e improvvise esplosioni di romanticismo (Mes amours di Jean Ferraut!). Les intranquilles filma l’ineluttabilità della fine di una storia, con i protagonisti Leïla Bekhti e Damien Bonnard davvero straordinari. Ma non racconta la fine dell’amore. Anzi si ha la sensazione in Lafosse che l’amore inizi proprio dal suo negativo, dal fallimento e dall’allontamento…dei personaggi come anche della macchina da presa nell’ultimissima immagine a chiudere. Forse per questo è un cinema che del teorema può avere la lucidità, ma mai la freddezza. Il film è tutto, fuorché cerebrale. Anzi finisce con il diventare un vero e propio tour de force fisico, alla stregua di un approccio immersivo che trova il suo corrispettivo nei tuffi insensati di Damien o nel suo rapporto materico con la pittura. Ma c’è anche un velo “visivo” che avvolge l’opera, che è ambientata ai nostri giorni, con riferimenti alla pandemia, eppure ha una tonalità crepuscolare, appassita, che la rende triste e personale. Come se dialogasse anche qui con i disturbi del protagonista, con i suoi quadri,  o provenisse dai ricordi di un altro tempo, forse l’infanzia dello stesso regista belga, che infatti ogni tanto adotta il punto di vista del bambino. La malattia, la vita, l’arte e l’amore, nel cinema di Lafosse, sono la stessa cosa.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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