Les parapluies de Cherbourg, di Jacques Demy

Chissà se la nostalgia l’hanno inventata i francesi. Certamente il loro cinema l’ha amplificata, l’ha fatta sentire come parte integrante del nostro respiro vitale e, nei film più belli, si percepisce anche solo nell’aria. Les parapluies de Cherbourg è sovraccarico di nostalgia. Di quella che si attacca sulla pelle, che diventa anche un elemento distintivo nelle espressioni dei protagonisti. È subito devastante con il celebre motivo di Michel Legrand sui titoli di testa che è un tormentone di cui non si può fare a meno anche dopo la fine del film. È già in quella città di porto che diventa uno spazio determinante per mostrare prima l’illusione poi la fine di un sentimento già al centro, con Nantes, nel primo lungometraggio di Demy, Lola, donna di vita. È ancora nella pioggia che cade, nel treno che parte, negli occhi di Catherine Deneuve e Nino Castelnuovo. Ogni volta che si incontrano.

Novembre 1957. Guy e Geneviève si amano alla follia. Lui lavora come meccanico, lei come commessa in un negozio di ombrelli di cui è proprietaria sua madre. Lui però deve partire per il servizio militare in Algeria, lei scopre di essere incinta. Passano due anni. Guy torna a Cherbourg e scopre che Geneviève si è sposata con un commerciante di gioielli.

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Suddiviso in  tre parti (Le départ, L’absence, le retour) e ambientato lungo sei anni (fino a dicembre del 1963) Les parapluies de Cherbourg è uno dei musical più belli struggenti di sempre. Ha i colori antinaturalistici che potrebbero arrivare dal cinema di Minnelli. In realtà il film in ogni fotogramma porta tutto il marchio di Demy nel filmare un tempo sospeso, nel cogliere gli attimi di una vita che poi diventano determinanti o la solitudine che poi sarà al centro di L’amante perduta.

Ogni volta che si rivede Les parapluies de Cherbourg c’è inizialmente un sentimento respingente. Sembra invecchiato, superato, insostenibile. Ci si chiede: “Come posso aver perso la testa per quresto film?”. Poi accade qualcosa di indiscrivibile. Non c’è un momento, una scena, una canzone precisa in cui questa cosa avviene. Ma poi tutto cambia. Il film diventa ancora più bello dell’ultima volta che si è visto. Sono quei colori accesi alle pareti, Geneviève che urla “Je t’aime, je t’aime, je t’aime” prima della partenza del treno di Guy, il devastante rapporto tra Guy e la zia Elise in cui il cinema di Demy intrappola, anzi no, regala il tempo che resta. E ancora: le azioni che si ripetono (i passaggi del postino), l’amore mostrato come una malattia e una ferita, la tristezza solo sporadicamente intervallata da squarci di felicità.

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Completamente cantato (ma mai ballato), è il trionfo dell’artificio. Con gli sguardi che già anticipano quello che succederà, i décor e i vestiti che esaltano i colori, e soprattutto i movimenti del set come nella scena con Geneviève abbracciata a Guy che tiene la bici e vengono trasportati da un carrello.

Il finale alla stazione di servizio sotto la neve è ancora emotivamente devastante. Non c’è solo il tempo perduto del cinema di Demy. C’è la nostalgia per quello che poteva essere la loro vita. Più felice e meno tranquilla. Perché felicità e tranquillità non vanno mai d’accordo. La prima consuma, la seconda adagia. E soprattutto sparisce il presente. C’è solo il passato. Bellissimo, idealizzato, indimenticabile. E qui il passato e il futuro sono ancora in quel finale. Nella vita vera quel momento può accadere solo una volta. Nei nostri ricordi, al cinema, può replicarsi all’infinito. E mantiene ogni volta lo stesso travolgente impatto.

Palma d’oro a Cannes nel 1964 e cinque nomination all’Oscar (miglior film straniero, sceneggiatura originale, colonna sonora, adattamento e canzone).

 

Titolo originale: id.
Regia: Jacques Demy
Interpreti: Catherine Deneuve, Nino Castelnuovo, Anne Vernon, Marc Michel, Ellen Farmer, Mireille Perrey
Durata: 91′
Origine: Francia, 1964

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)