LETTE E… RIVISTE – L'ultimo cowboy di Hollywood

Tommy_Lee_JonesMai una frase di troppo. Non parole, ma fatti. […] La sua mimica facciale vive del minimalismo più puro. [...] Se la sua recitazione ubbidisce ad un principio, allora è quello di concentrarsi completamente sul suo personaggio, nelle grandi, come nelle piccole cose. Esamina il luogo del delitto cosparso di cadaveri, ripara una navicella nello spazio interplanetario e si sacrifica per i suoi amici, con la stessa determinazione, con la stessa dedizione con la quale sella un cavallo, si mette il cappello o guida l’automobile. […]

Tommy Lee Jones ha cominciato a Broadway alla fine degli anni ’60.  Seguirono grandi piccoli ruoli in grandi piccoli, a volte anche piccoli grandi, exploitation film. Più tardi fece parlare di sé per ruoli secondari in Lunedì di tempesta di Mike Figgis (1988), JFK di Oliver Stone (1991) e Trappola in alto mare di Andrew Davis (1992). Tommy Lee Jones divenne una star poco dopo. Con Il fuggitivo (1993), a 47 anni, diventò noto al grande pubblico e vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista: nei panni di Marshall, colui che insegue per il paese il Dr. Kimble, interpretato da Harrison Ford […]. Era il 1993 e ancora oggi, per promuovere un film in cui è presente nel cast, si pubblicizza con questo Oscar. Come è avvenuto anche per Nella valle di Elah […]. Per il ruolo del veterano del Vietnam che cerca suo figlio, scomparso dopo il suo rimpatrio dalla guerra dell’Iraq, Jones ha ottenuto un’altra nomination all'Oscar, questa volta come attore protagonista. Inoltre brilla nel ruolo dello sceriffo in Non è un paese per vecchi (2007) dei fratelli Coen, basato sul romanzo di Cormac McCarthy. Con Le tre sepolture (2005) ha realizzato poco prima il suo primo film come regista.

Sembra essere la vecchiaia a portargli i ruoli importanti e gli anni che si porta sulle spalle, incisi profondamente sulla sua pelle, come accade nei suoi film contemporanei. Qui il suo volto ha i contorni di un aspro paesaggio naturale. Profondi solchi attraversano il viso per lungo [….]; sulla guancia sinistra un’incrinatura particolarmente profonda, che ricorda un crepaccio. Un primo piano di Tommy Lee Jones è come uno sguardo lanciato da una grande altezza, su un Canyon attraversato dai letti prosciugati dei fiumi. […]

Il viso come paesaggio, per Jones è una cosa assolutamente concreta: pieno di crepacci, aspro, solenne – come il Texas in cui vive e che ama così tanto. Insieme a Eastwood, il texano de Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976) ha poi girato anche Space Cowboys (2000), forse il film che ha dato inizio alla stagione dei ruoli della “maturità”. Sacrificarsi per gli amici, come alla fine del film, questa è solo la variante estremizzata Tommy_Lee_Jonesdella coscienza morale che caratterizza i ruoli di Tommy Lee Jones. Perfino quando interpreta la parte del duro, come ne Il fuggitivo, sembra non essere privo di morale. […]

Jones reinterpretò il ruolo di Marshal Samuel Gerard de Il fuggitivo, per U.S. Marshals (1998) e ne La preda, di William Friedkin (2003) interpretò nuovamente uno stoico “cacciatore” di uomini – con la differenza che il personaggio ha un risvolto tragico. […] Lo scontro finale a colpi di coltello, tra maestro e discepolo, si riesce a malapena a sopportare. Non per gli schizzi di sangue, che pure sono presenti. Piuttosto per quello che appare evidente: sono come Abramo e Isacco nei boschi dell’Oregon. Insieme a Friedkin, Jones aveva precedentemente girato Regole d’onore (2000), la pellicola di guerra definitiva del cinema post-classico. Interpreta il ruolo di un veterano del Vietnam che deve difendere in tribunale l’uomo al quale aveva salvato la vita nella giungla. […] Tommy Lee Jones e Samuel L. Jackson in Regole d’onore, sono un po’ come John Wayne e Montgomery Clift diretti da Howard Hawks, Gregory Peck e Charlton Heston da William Wyler o Nick Nolte ed Eddie Murphy da Walter Hill.

Friedkin, l’uomo delle cose autentiche e Jones, l’uomo autentico: una coppia congeniale. Non tutto è intuizione. Ma l’intuizione è tutto. "Con  Tommy Lee Jones, un attore grandioso, si lavora al meglio”, ha dichiarato Friedkin al Monaco Film Festival del 2007. “Tutti gli altri attori mi chiedono infatti, quando giriamo una scena, in che modo il loro personaggio è arrivato a quel punto, che cosa faceva all’età di 10 anni ecc. ecc. […] Tommy Lee Jones non fa domande. A lui si dice solo: raggiungi la porta, cammina lentamente, fermati lì, recita la battuta ed esci dall’inquadratura. E lui dice okay e lo fa. […] Ed è così che i film dovrebbero essere girati!”

Che una mimica ridotta al minimo sia adatta anche al comico, lo dimostra Tommy Lee Jones in entrambi iTommy_Lee_Jones_e_Will_Smith film di Men in Black (1997/2002). […] Jones nei panni di un “man in black”, questo è uno di quegli esempi in cui la comicità nasce dal contrasto tra l’agire in modo altamente professionale e l’insensatezza dell’argomento. Jones perciò  risulta comico, proprio perché non è un comico.

La professionalità sembra in lui essere sempre legata alla convinzione che un uomo debba fare ogni cosa al massimo delle sue possibilità. Perfino perciò, quando deve impegnarsi in qualcosa in cui non è esattamente un esperto. Nel suo lavoro come regista, il grandioso neo-western Le tre sepolture, porta il cadavere del suo amico messicano e il suo assassino, dal Texas al Messico, patria dell'uomo ucciso. Nonostante il cadavere sia soggetto ad una decomposizione sempre più avanzata, fa di tutto per portarlo a destinazione nel modo più dignitoso possibile, lì dove voleva essere sepolto. Del tutto inflessibile. È la legge dei Cowboy: niente vale tanto quanto l’amicizia e quanto una promessa. […]

A volte cattedratico e schietto – come in La valle di Elah. A volte malinconico e malandato – come in Non è un paese per vecchi. Ma sempre Tommy Lee Jones, l’ultimo cowboy di Hollywood.

 

 

 

"Das Gesicht als Landschaft”, di Thomas Klein / Ivo Ritzer – da Film Dienst di marzo 2008

 

http://film-dienst.kim-info.de/artikel.php?nr=153417&pos=artikel&dest=abo

 

Traduzione di Giovanna Canta

 

Film_DienstIn uscita ogni due settimane, Film Dienst rappresenta, insieme a Epd Film, una delle due fonti più autorevoli per la critica tedesca. Di matrice cattolica, contiene articoli di critica dettagliata su film attualmente nelle sale della Germania, dai blockbuster americani ai film sperimentali, ma non solo. La rivista offre ai suoi lettori anche interviste, profili di registi e attori, notizie flash sul mondo del cinema, oltre ad uno sguardo attento sulla cinematografia di altre nazioni e sui principali festival europei. Saltuariamente, come in occasione del suo sessantesimo compleanno festeggiato lo scorso ottobre, dedica l’intero numero ad un tema specifico. Film Dienst è più di un magazine d’informazione, è una vera e propria risorsa letteraria.