L’innocent, di Louis Garrel

Incrocio tra commedia sentimentale e film di rapina dove Garrel ritrova l’ispirazione che stavolta non ha niente di calcolato dopo la deludente parentesi di La crociata. Fuori Concorso.

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Rimette dichiaratamente in gioco la costruzione della scena e la recitazione degli attori il cinema di Louis Garrel. Lo aveva già fatto nei suoi primi due lungometraggi, Due amici e L’uomo fedele. Nel primo è stato proprio lui stesso a interpretare una comparsa del cinema. Nel secondo invece, nella messinscena di un triangolo sentimentale (che poi si trasforma in una partita a quattro), rivela tutto il suo amore per il mestiere dell’attore, che è subito evidente nella scena iniziale di L’innocent, ambientata in un penitenziario.

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Abel, rimasto vedovo da poco, è scosso dalla notizia che la madre Sylvie (Anouk Grinberg), una donna di circa 60 anni, si sta per sposare con Michel (Roschdy Zem), un uomo che sta finendo di scontare la sua pena in carcere. Spalleggiato da Clémence (Noémie Merlant), la sua migliore amica, fa di tutto per mandare in aria il loro rapporto. Ma dopo che ha conosciuto meglio l’uomo, comincia a ricredersi.

Dopo la deludente parentesi ecologica del precedente La crociata, il cinema di Louis Garrel ritrova un’ispirazione che stavolta non ha niente di calcolato ma in cui si aggiunge anche una scombinata e attraente follia. L’innocent preme sull’acceleratore, frena di colpo e poi riparte. Mescola la commedia sentimentale con il film di rapina, trova brevi ma significativi frammenti da Melville nella camminata di Abel nella nebbia e davanti alla tomba della moglie e diventa puro polar nella scena dell’inseguimento in auto. Rispetto agli altri film da regista di Garrel, L’innocent guarda al cinema francese degli anni ’70 e ’80, al gioco degli equivoci polizieschi di Francis Veber di Due fuggitivi e mezzo combinandoli anche con quel voyerismo nei momenti in cui Abel (è il nome di tutti i personaggi interpretati da Garrel nei suoi film da regista) spia Michel. La prima volta c’è uno schermo che si apre a iris. La seconda si svolge in un bar e Garrel sembra regalare il piacere dell’improvvisazione si suoi attori, lasciando a briglia sciolta soprattutto Noémie Merlant come nella scatenata e divertentissima scena della tavola calda in cui lei e Garrel si fingono una coppia in crisi. Le scene d’azione sono invece più caotiche e meno in sintonia con il suo cinema. Ma attraggono proprio nella loro dichiarata goffaggine, nel modo in cui il cineasta si rifugia spesso in una commedia da camera dopo come nella scena in cui scopre che Michel ha una pistola nel giaccone.

Garrel libera il suo cinema dala sua struttura e stavolta attrae per tutte le possibili doppie vite (di identità o del passato) dei suoi personaggi che avevano caratterizzato anche la figura interpretata da di Golshifteh Farahani in Due amici che la sera doveva tornare in carcere. Talvolta perde la strada ma ci si smarrisce volentieri. Non ha la precisione ma condivide la stessa passione per il gioco degli Ocean’s Eleven di Soderbergh. Poi danza con Gianna Nannini nei titoli dei coda con la canzone I maschi. Non è un caso. Come negli altri film diretti, Garrel fa da intermediario in un racconto dove è lo sguardo femminile che manda avanti la storia. Quello di Noémie Merlant e di una ritrovata Anouk Grinberg nei panni della madre rendono il mondo il suo e il nostro mondo più bello.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6
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