MILANO 22 – “Mare chiuso”, di Stefano Liberti e Andrea Segre (Concorso Extra)


Nel 2009 l’Italia ha stipulato un patto con la Libia sui respingimenti dei migranti. Nell’estate di quella il trattato diventa operativo e i due Paesi ne sperimentano gli effetti su somali ed eritrei che fuggono per ragioni politiche dalle loro nazioni. Stefano Liberti e Andrea Segre con Mare chiuso, dove tutto questo viene raccontato con l’incalzante ritmo di un thriller, non aggiungono nulla di proprio se non le immagini, ma le parole dei somali e degli eritrei, traducono il loro racconto in estremo disagio per gli italiani.

Mare chiuso

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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In un altro assai convincente documentario prodotto dalla ZaLab, Gustav Hofer e Luca Ragazzi si chiedevano, davanti alla fotografia dei bagnanti che continuavano ad abbronzarsi su una spiaggia in Italia mentre a pochi metri giacevano i corpi di due persone che testimoniavano del naufragio di una barca che li avrebbe dovuto traghettare verso la speranza, cosa aveva fatto diventare gli italiani così cinici tanto da assumere comportamenti del genere. Stefano Liberti e Andrea Segre non solo sembrano rispondere con Mare chiuso alla domanda dei loro colleghi, ma compiono un’operazione ancora più profonda.

 

 

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Nel 2009 l’Italia ha stipulato un patto con la Libia – Maroni Ministro dell’Interno in Italia e Gheddafi indiscusso dittatore libico – con il quale si è stabilito di avviare i cosiddetti respingimenti dei migranti da riaccompagnare in Libia quando intercettati in acque internazionali. Nell’estate di quell’anno, il trattato, quanto mai scellerato, ma nuovo di zecca – votato dall’87% dei parlamentari indignando solo pochi – viene posto in essere e così un barcone con numerosi migranti viene respinto a Tripoli dove queste persone, per lo più Somali o Eritrei che fuggivano dai loro Paesi a causa di situazioni politicamente insostenibili, sono state torturate e poi, grazie alla rivolta libica, sono riuscite a fuggire rifugiandosi in Tunisia in un campo organizzato dall‘ONU. L’Italia dopo il ricorso davanti alla Corte dei Diritti dell’Uomo di una parte delle vittime, è stata condannata a versare una somma di 15.000 euro per ognuno dei migranti. Il Belpaese ha fatto una pessima figura e il film di Liberti e Segre lo conferma passo passo.

Ha ragione Alessandra Speciale, condirettrice del Festival, che, nell’introdurre la riflessione dopo la visione del film, ha osservato che Mare chiuso, ma anche altre produzioni di questi anni e di cui la ZaLab è sicuramente uno dei capofila, ha restituito dignità al documentario di questo genere per la cura formale al di la della particolare materia emotiva dalla quale il film è composto. In questo senso Mare chiuso è non soltanto una testimonianza che resterà nel tempo affinché quello di cui sono stati protagoniste queste persone non debba accadere mai più da nessuna parte del mondo, ma è anche un film di eccezionale presa emotiva accompagnato da una qualità tecnica molto alta che viene esaltata dal riversamento  su pellicola nel cui formato uscirà anche in sala. Non è un caso quindi che Luca Bigazzi sovrintenda alla straordinaria fotografia e Sara Zavarise lavori su un montaggio dai tempi perfetti che restituisce nella sintesi l’estensione drammatica degli avvenimenti e nello sviluppo della trama il film funzioni con gli stessi meccanismi di un thriller.   

 

Nell’impossibile ossimoro del titolo l’incredibile verità di una miopia politica, di una umanità che sembra essersiMare chiuso smarrita nei meandri di un potere autocelebrativo che arriva a negare l’evidenza delle guerre civili che imperversano in Somalia ed Eritrea e di una sconsiderata applicazione di malintesi principi che nulla hanno di umanitario. Liberti e Segre non aggiungono nulla di proprio se non le immagini, ma sono le parole dei somali degli eritrei, protagonisti e vittime di quei fatti, a tradurre il loro racconto in estremo disagio per gli italiani. Una narrazione sempre molto tesa nella quale l’odissea dei singoli protagonisti traccia un più generale percorso umano che conduce dal desiderio di vita a quello di libertà e che manifesta, con incredibile pacata rassegnazione, l’umiliazione del rifiuto. Questo serve solo ad accrescere il nostro disagio e la nostra vergogna e sembra di avere, tutti, ancora, davanti agli occhi il racconto di quelle speranze e il dolore della mortificazione, come essere su quella spiaggia ad abbronzarsi davanti ai cadaveri.

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