Miracolo a Milano, di Vittorio De Sica

Nel 1950 Vittorio De Sica grazie al successo internazionale di Ladri di biciclette è riconosciuto globalmente come l’alfiere del Neorealismo italiano. Forte di ben due oscar per il miglior film straniero (1948 e 1950) il regista vuole in qualche modo allontanarsi dall’approccio radicale alla realtà che ha caratterizzato le sue ultime opere, senza però rinnegarne l’urgenza sociale e la poetica. L’idea di Miracolo a Milano nasce dunque da questo azzardo: raccontare l’Italia della ricostruzione in tutta la sua durezza, attraverso un filtro allegro e spensierato. De Sica, anche per la volontà di rendere omaggio a Cesare Zavattini, il grande sceneggiatore con cui sta riscrivendo la Storia del cinema italiano, decide di esaudire un suo desiderio nascosto, quello di portare sul grande schermo un suo piccolo romanzo per ragazzi Totò il buono, uscito nel 1942 a puntate sul quotidiano Il Tempo. Miracolo a Milano (il primo titolo I poveri disturbano viene cambiato dopo le insistenze dei produttori) è così il tentativo di rivoluzionare una poetica, rimanendo sempre coerenti a se stessi. L’obiettivo di De Sica e Zavattini è raccontare una favola visivamente esagerata (per i tempi dell’epoca, ovviamente) con un nucleo morale però lucido è rigoroso. Il risultato finale è un capolavoro, premiato a Cannes con la Palma d’oro, ma un disastro economico fragoroso. De Sica, che crede così tanto al progetto da investire i suoi soldi personali, è trascinato dentro un buco nero finanziario, tra effetti speciali sempre più cari (sono chiamati addirittura tecnici americani per realizzarli) e una stampa conservatrice che martella il film sin dai primi giorni di distribuzione, augurando a De Sica e a Zavattini procedimenti giudiziari e altre avversità.

Miracolo a Milano fa così paura alle élite conservatrici e reazionarie dell’Italia del Dopoguerra perché racconta gli invisibili e gli emarginati, non con gli strumenti respingenti del primo neorealismo ma con uno sguardo scanzonato e caloroso di chi non piange davanti alle avversità ma è felice, ogni mattina, di vivere un buongiorno. Il giovane e solare Totò, interpretato dal semi professionista Francesco Golisano, nasce sotto un cavolo come nelle più divertenti leggende contadine ed è il simbolo felice di un’Italia pura ma mai sciocca. Come un buffo angelo urbano, la sua contagiosa felicità, nonostante tutto e tutti, è la cifra di un modo di vivere che deve essere la risposta più efficace alle violenze dei padroni, dei borghesi, dei reazionari. Un sorriso per una rivoluzione allegra. De Sica e Zavattini rispondono in questo modo ad anni di accuse di disfattismo, di ipocrisia, di anti-patriottismo (“i panni sporchi si lavano a casa”). In Miracolo a Milano le traiettorie che si creano, sono talmente forti e urgenti, che arrivano intatte fino a oggi. Una storia che, anche a 70 anni, stupisce come possa raccontare l’Italia del terzo millennio. L’universo di povertà e marginalità che vive nascosto tra le ombre periferiche delle nostre grandi città, soprattutto la Milano capitale morale del Paese che lavora, ci arriva addosso prima e meglio dei tanti periferia-movie che credono che mostrare qualcosa vuole dire denunciare. De Sica con il suo piccolo Totò, protagonista felice, invece si muove negli ambiti della favola spassosa, dell’elegia leggera. La naïveté di Totò (radice su cui sono nati i tanti Candido milanesi degli anni 80, i Pozzetto e i Boldi nelle loro uscite più poetiche) è l’unica cosa che serve. Una piccola magia per volare, anche su un manico di scopa, sopra lo squallore del profitto, del moralismo, del capitale.

 

Regia: Vittorio De Sica
Interpreti: Francesco Golisano, Emma Gramatica, Paolo Stoppa, Guglielmo Barnabò, Brunella Bovo, Arturo Bragaglia, Anna Carena, Alba Arnova, Flora Cambi
Durata: 100′
Origine: Italia, 1951
Genere: commedia/fantasy

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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