Moon, 66 Questions, di Jacqueline Lentzou

Alla Berlinale 71 nella sezione Encounters un dramma morboso che cerca di legarsi a una sorta di realismo magico attraverso sequenze intrecciate all’astrologia e il ricorso a formati ibridi

La prima regia per un lungometraggio di Jacqueline Lentzou, nella sezione Encounters della Berlinale71, è una storia intima e che punta a ricercare l’emotività dello spettatore. Una giovane donna, Artemis, ritorna in Grecia per provare a prendersi cura di suo padre che si trova in uno stato di assoluta paralisi fisica in seguito a uno shock anafilattico causato da un incidente con una automobile. L’uomo viene curato e accudito da coniugi, medici e infermieri che gli indicano esercizi per allentare l’estrema contrattura dei suoi muscoli. Tuttavia l’interesse fondante del film è basato sulla relazione tra i due individui, padre e figlia, che vogliono scoprirsi reciprocamente, spogliandosi di tutti quei limiti che si sono autoimposti e abbandonando al tempo stesso problematiche passate mai assopite del tutto. In particolar modo Artemis che non solo rivede filmati in VHS che ricordano momenti di felicità perduta della famiglia, ma arriva a mettersi nella prospettiva del padre sofferente muovendo le proprie braccia con fatica per dare un senso di avvicinamento alla condizione del padre. I video in VHS vengono montati in contrapposizione alle riprese effettive che portano avanti la narrazione e, se da un punto di vista formale sembrano cozzare tra di loro, sono in verità due formati fortemente coerenti che estendono l’approccio intimo sia della regia che della storia.

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È proprio questo ricostruire, o costruire per la prima volta un rapporto mai maturato, a fare da collante per tutta la durata della pellicola. Quasi un percorso di formazione che non si fonda su avvenimenti cruciali o particolarmente eclatanti, ma su momenti e situazioni di incomunicabilità, di silenzi che sembrano eterni e intensi giochi di sguardi che fanno percepire stati d’animo senza tuttavia mostrarli esplicitamente. La regia in ciò è un alleato fedele della glaciale messa in scena, la macchina da presa rimane immobile sui volti dei protagonisti con estenuanti inquadrature piuttosto morbose che mettono in mostra i dettagli dei corpi o di oggetti in putrefazione. Interessante anche l’uso dei tarocchi che cambiando di volta in volta introducono, metaforicamente parlando, i capitoli del film. In generale è evidente la voglia della regista di non rimanere in un contesto da dramma realistico duro e puro, legandosi a una sorta di realismo magico attraverso sequenze intrecciate all’astrologia.

Un film raccontato dal suo fuori campo, protagonista imperscrutabile fino alla fine, che arriva a negare allo spettatore la possibilità concreta di conoscere il contenuto della lettera della figlia al padre, anche se, tuttavia, rimane l’unico momento in cui si intravede un riavvicinamento tra i due protagonisti.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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