Non è romantico?, di Todd Strauss-Schulson

Quando partono i titoli di testa di Isn’t It Romantic (2019) si innesta nello spettatore una sorta di strana suggestione, come un rapimento che trascina al ritmo di Oh, Pretty Woman di Roy Orbison, tant’è che – in un nano secondo – sono già gli anni Novanta, Julia Roberts, Rodeo Drive e sogni a occhi aperti a profusione. Come se Todd Strauss-Schulson volesse “marcare” un territorio già nell’incipit, definendo con questa – molto poco innocente – mossa musicale il genere di appartenenza della pellicola e un target di riferimento inconfondibile.

Siamo allora, probabilmente, nel contesto dell’ennesima romantic comedy targato USA, ispirato dal lume dei cult degli anni Novanta alla Garry Marshall, quelli con protagoniste di razza aliena che determinarono gli standard della bellezza per ogni Millennial che si rispetti. Ma ecco arrivare i primi segnali contraddittori, quasi stranianti, per l’appassionato rom-com: la protagonista non ha il sorriso smagliante da milioni di dollari della Roberts; è, al contrario, una bambinetta paffuta e un po’ bruttina, con una madre alcolista messa lì apposta per ricordarle, giorno dopo giorno, che per quelle come lei Richard Gere non arriverà mai. Primo pugno in faccia: «Sveglia Natalie, è solo un film!».

È questo il primissimo sintomo di quella che sarà l’operazione condotta dal regista: tutto un gioco metacinematografico di attese e svelamenti di un genere che – per tutta la storia del cinema – ci ha letteralmente assuefatto ai suoi meccanismi illusori. L’amore è, per antonomasia, quello che abbiamo conosciuto in queste leggendarie commedie romantiche; manipolato su pellicola a più riprese; sorta di manuale di istruzioni che abbiamo imparato a seguire, autoconvincendoci che quella di Cenerentola fosse una storia plausibile e che Hugh Grant avrebbe veramente potuto conquistare il cuore della ricca star americana.
Stavolta qualcuno ha deciso di accendere i riflettori sul dietro le quinte della “tossica” rom-com, puntando l’attenzione su tutti quei tòpoi narrativi che hanno contraddistinto da sempre il canone ma che, nell’ingranaggio finzionale, finiscono per amalgamarsi e sparire davanti agli occhi dello spettatore che vi crede quasi come un non vedente. Strauss-Schulson dimostra, così, per la seconda volta dopo l’horror comedy The Final Girls (2015), un interesse superiore per il contenitore più che per il film in sé: andando a smascherare, con gusto sempre ironico, le regole del gioco filmico (dall’horror alla commedia), portando sullo schermo la cassetta degli attrezzi del regista-burattinaio (come aveva fatto Goddard nell’innovativo Quella casa nel bosco), riflettendo quindi sulle dinamiche cinematografiche in una vertiginosa mise en abyme di citazioni e coazioni a ripetere dell’immagine.

Eccolo, allora, ritornare all’analisi – quasi un sezionamento anatomico – di un genere di successo, per il tramite di una Rebel Wilson cinica, ma non troppo che, battendo la testa, finisce nel mondo patinato che tanto detesta: le rom-com ci propinano tutte stupidi happy ending per stupide ragazze imbranate e pur tuttavia affascinanti; in contesti artefatti, resi ancora più insopportabili da orrende canzoni pop che partono, non si sa come, sempre nei momenti più adatti; i personaggi sono privi di diversificazione; le donne in carriera sempre in competizione tra loro (rimembranze del duo Griffith/Weaver?); l’amico gay sempre nel posto giusto al momento giusto (Everett?); mai una parolaccia o una scena di nudo nel rispetto del PG-13; e poi, l’imbarazzante sequenza musical dove tutti, all’improvviso, sanno ballare e cantare come star di Bollywood; e in ultimo, la voce fuori campo che rischiara i pensieri della protagonista nella presa di consapevolezza finale, proprio un attimo prima della corsa al ralenti verso l’amato.

Non è romantico? diventa un vero e proprio raccoglitore di cliché, autoriscrivendosi come una commedia romantica che nega se stessa. E lo fa impastando continuamente citazioni (da Pretty Woman a Harry, ti presento Sally…), usando interpreti che giocano con il proprio corpo (dalla Wilson a Liam Hemsworth e Priyanka Chopra, che sembrano ironizzare su molti dei loro precedenti ruoli), e affidandosi alla trama d’altri (Il matrimonio del mio migliore amico) perché, in fondo, le rom-com sono tutte uguali. Non c’è, allora, neanche da chiedersi se Natalie riuscirà ad avere il suo lieto fine con l’amico Josh (Adam Devine), se riuscirà a trovare realizzazione professionale ed essere felice per sempre. E la lezione dell’amare se stessi per poter imparare ad amare gli altri non è che un falso, l’ennesima ripresa di luoghi comuni dalle rom-com del passato.
Strauss-Schulson gioca fino alla fine, facendo saltare il discrimine tra il mondo romantico del prima e il ritorno alla vita vera del dopo, sigillando il film con un altro momento musical inverosimile che sottolinea una volta di più la sua vena ironica. Non è che una commedia romantica anche questa.

 

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