Paura in palcoscenico, di Alfred Hitchcock

Quando la safety curtain del palcoscenico – quella cortina di sicurezza in ferro, collocata subito dietro l’arco di proscenio dei grandi teatri come misura antincendio – viene sollevata sui titoli di testa di Stage Fright, Hitchcock sta già svelando al suo fedele spettatore il sottotesto più saliente della storia che verrà. Sono già apparecchiati nell’incipit, per l’appunto, alcuni tra gli indizi più significativi per l’indagine da condurre dietro la direzione sagace del “maestro del brivido”: c’è la location teatrale, cuore pulsante dell’intreccio e passione manifesta del regista (Omicidio!, L’uomo che sapeva troppo, Il sipario strappato); c’è uno sfondo londinese, città natale del maestro che, nel pieno del suo periodo statunitense, sceglie di tornare a casa per il nuovo lavoro targato Warner Bros.; e c’è soprattutto lo svelamento esplicito della messa in scena, ove il film si fa doppio del teatro che, a sua volta, è doppio della vita di ciascun personaggio/personaTutto ciò che vedremo sarà, dunque, un pezzo di teatro (e di cinema); eppure, sarà in egual misura storia di vita, racconto più o meno costruito a partire da una materia malleabile che – si spera – possa valere qualcosa.

Se le sottigliezze disseminate qua e là – tra arguzie e giochi di parole ben congegnati – non fossero abbastanza, Hitchcock pensa bene di mettere il carico da novanta fin da subito, ponendo un freno alla sua storica collaborazione – tutta cerebrale – con lo spettatore. Jonathan Cooper (Richard Todd) fugge in auto insieme all’amica Eve Gill (Jane Wyman), giovane attrice dilettante, alla quale racconta la vicenda dell’omicidio del marito della diva teatrale, sua amante, Charlotte Inwood (Marlene Dietrich), del quale è il principale sospettato dalla polizia.


Ripercorrendo i fatti all’indietro, in flashback, Cooper consegna una versione della storia a partire dalla quale si snoderà tutto il resto del film, dove sembrerebbe ripetersi lo schema del giovane uomo innocente costretto alla fuga. Tuttavia, anche questa si rivelerà l’interpretazione di un ruolo, all’incastro ideale tra vita, melodramma e spionaggio. Il copione recitato da Cooper si presterà, al contempo, alla performance da primadonna di Eve – inconsueta detective in incognito ed eroina del romanzo Man Running (1947) di Selwyn Jepson, da cui il film è tratto – che metterà in scena la sua personale versione di Eva contro Eva, ma stavolta solo allo scopo di svelare la colpevolezza di colei sulla quale ricadono tutti i suoi dubbi.

L’ironia hitchcockiana non risparmia in questo caso neppure la figura della grande stella del teatro, unica vera presenza giganteggiante sullo schermo: Marlene Dietrich porta con sé tutto lo splendore divistico dei suoi anni d’oro, femme fatale inarrivabile e intrattabile almeno quanto lo era stata Margo Channing (Bette Davis); melodrammatica e sentimentale come ogni attrice, al punto tale da uccidere per amore. Ma come sarà poi in Wilder, anche stavolta l’ambiguità della figura della Dietrich si presta a tessere il doppio inganno nei confronti dello spettatore, troppo fuorviato dal cliché della donna vanesia e che recita in ogni istante della sua vita, perdendo di vista che siano stati gli altri a recitare meglio e più di lei.
L’impronta del brivido è, però, tutta condensata nel finale, dove il film subisce una frenetica impennata di suspense consentendo allo spettatore di riprendere in mano le sue tradizionali facoltà. Ma nell’opera degli inganni per eccellenza, in cui il primo tradimento è quello del regista stesso, l’allerta deve necessariamente rimanere alta fino all’ultimissima scena.

 

Titolo originale: Stage Fright
Regia: Alfred Hitchcock
Interpreti: Jane Wyman, Marlene Dietrich, Michael Wilding, Richard Todd, Alastair Sim, Patricia Hitchcock
Durata: 110′
Origine: Gran Bretagna, USA, 1950
Genere: thriller