Pedágio (Toll), di Carolina Markowicz

Un film piuttosto apatico che affronta il tema dell’omosessualità in un contesto provinciale bigotto ed ignorante. Miglior film alla 18° edizione della Festa del Cinema di Roma.

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Cosa non farebbe una madre per la salute del figlio? È questo che pensa Suellen, una donna che lavora ad un casello autostradale di Cubatão nello stato di San Paolo in Brasile, insieme alla sua migliore amica Telma. Un comune industriale, si vede dalle tante ciminiere che inquinano il cielo, ed un ambiente retrogrado con una forte presenza religiosa. Suellen ha un figlio, Tiquinho, che vuole essere una diva glamour. Balla canta e fa video. Per lei l’omosessualità del figlio è un guaio, e non basta la candela della virilità che accende all’alba per curarlo, serve qualcosa di meglio di uno scongiuro e qualche preghiera per cancellare la vergogna. Bisogna fare in fretta, se diventa adulto è finita, il male diventa inestirpabile. La guarigione passa dal programma del pastore Isacco, un ciarlatano che blatera sciocchezze come risifignicazione bioenergetica e modifica della corteccia cerebrale, e fa bere dei succhi pastorizzati al maschile o al femminile per riequilibrare la direzione giusta della libido. L’iscrizione al corso inoltre è molto costosa e Suellen decide di chiedere aiuto ad Arauto, un ladro parassita e buonannulla con cui ha una relazione, e finisce per cacciarsi nei guai.

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Oltre naturalmente a raccontare le difficoltà legate all’identità sessuale in una provincia bigotta ed ignorante, la manipolazione ed il plagio di menti influenzabili, Pedágio (Toll) sottolinea quanto la superficialità, la disinformazione ed il pregiudizio siano conseguenze della fede e dei suoi emissari in terra. Ed evidenzia inoltre il paradosso di avere delle rogne cercando di risolvere un problema che non è tale, per la paura del parere degli altri. Tutte queste tematiche sono affrontate in un’ atmosfera abbastanza leggera, tranne poche note drammatiche finali e restando in superficie cattura solo parzialmente il loro carattere esplosivo, solo che non sempre l’ironia funziona in sostituzione del tragico. Quello che racconta forse meglio è il contesto di chiusura, il lavoro di Suellen dentro un cubicolo a guardare la vita che ti passa davanti e va via. Il bisogno di soldi. Una popolazione talmente annoiata e stanca delle routine terrena che non trova altro a cui credere di personaggio da operetta divina. L’ idea insomma di inserire la trama in un ambiente plausibile e nel realismo mostrare la miseria umana, i peccati, l’amore. Che si manifesta tra la madre ed il figlio ed è comunque più forte di tutto nelle sue tenere espressioni e nel bisogno dell’altro, a prescindere dalla incomprensioni.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
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