#PesaroFF56 – Cercando la luce. Incontro con Oliver Stone

Nei due incontri con stampa e pubblico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro il regista statunitense approfitta del lancio della sua autobiografia per fare il punto sulla carriera

C’era grande attesa alla 56a edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro per il doppio incontro di Oliver Stone coi giornalisti prima e con il pubblico di Piazza del Popolo dopo. E il regista statunitense, annunciato più volte con partecipazione emotiva dal sindaco della città marchigiana Marco Ricci come “uno dei più grandi del nostro tempo“, è accorso con evidente piacere all’invito fattogli dal direttore Pedro Armocida per celebrare insieme ai partecipanti del festival di questa edizione Covid-19 il trentennale del premio Oscar per la migliore regia di Nato il 4 luglio, proiettato dopo l’intervento all’arena all’aperto di Rocca Costanza. Nel corso della serata il filmmaker ha presentato anche la propria autobiografia, “Cercando la luce. Scrivere, dirigere e sopravvivere” in uscita il 27 Agosto per La nave di Teseo. La simpatia di Stone verso l’Italia è dimostrata dal fatto che il libro di memorie dei suoi primi quarant’anni – più volte egli stesso ha scherzato/glissato su un possibile seguito – viene lanciato sul mercato non di lingua inglese proprio questa sera. Il “progetto” di Oliver Stone nasce da un’intuizione del presidente della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, Daniele Vimini, e si estende nel territorio marchigiano: Stone sarà infatti stasera a Fano per partecipare alla giornata inaugurale dell’ottava edizione di Passaggi Festival della Saggistica, e poi a Senigallia il 27 agosto per presentare il libro in uscita e dialogare con gli operatori del cinema delle Marche e il mondo della cultura. Nel corso della serata pesarese l’inappuntabile Stone – che esordisce nell’incontro con la stampa rimanendo in piedi come un consumato business-man in giacca blu e scarpe sportive di tela marroni – si è lasciato andare al fiume carsico dei ricordi rispondendo col consueto trasporto alle domande dei giornalisti e del direttore Armocida. Il premio Gioacchino Rossini consegnatogli in Piazza del Popolo è il pretesto per la battuta sul buon cibo italiano e la paura che il suo stomaco lieviti come quello del compositore nato a Pesaro. Il primo riferimento serio però, inevitabilmente richiamato dal sindaco Marco Ricci è proprio alla difficile situazione che stanno vivendo i festival cinematografici di tutto il mondo. Anche a Pesaro ad esempio si fa fatica ad accettare la nuova modalità del porre le domande che avviene a voce e senza il classico microfono che gira, possibile veicolo di contagio di Covid-19. Stone mostra però da subito la sua combattività: “È vero, il Covid fa schifo e stiamo vivendo una situazione da thriller nella quale tutti sono mascherati e senza volto, minacciosi uno per l’altro. Ma quest’anno si sono comunque avute uscite importanti come Joker e The Irishman che ho molto amato“. Alla richiesta del perché abbia sentito l’urgenza di scrivere la propria autobiografia proprio adesso, il regista risponde partendo con una motivazione pratica: “Tanti mi chiedevano come avessi trovato i soldi per il mio primo film Salvador o per Platoon, così ho deciso di scriverne. Ci ho messo 20 anni per portare a termine Platoon perché nessuno Studios voleva finanziarlo. Come dice il titolo del libro ci vuole tanto tempo per trovare la luce, sia per l’uomo in sé stesso che per il regista quando gira una scena e vuole un particolare effetto“.

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Oliver Stone partendo dalla propria esperienza fa un piccolo elogio della perseveranza argomentando come a qualunque età non ci si debba fermare davanti ai no dell’industria e si debba invece portare avanti con caparbietà la propria idea di cinema anche quando non collima con quella della classe politica attuale: “Il cinema come forma d’arte deve sempre esprimere un punto di vista. Io sono sempre stato un ribelle. I nazionalismi di adesso sono pericolosi, già da giovane dissi ad esempio coi miei film che il Vietnam era una guerra stupida. Ma anche se nulla è cambiato e io non fui ascoltato bisogna continuare a fare film del genere come ho fatto con Snowden. Io sono un po’ stanco di correre controcorrente e vorrei che magari fossero i giovani a prendere il mio posto. Adesso invece mi sembra che le nuove generazioni parlino d’altro, fanno opere di fantasie senza appigli col reale“. Alla luce di queste dichiarazioni non sorprende la difesa fatta con trasporto di Joker che a Stone appare come un film intessuto di dramma sociale e pessimismo ragionato. I toni diventano ancora sempre più appassionati: “Da Reagan fino a Bush che hanno prolungato il Patrioct Act, le 800 basi militari statunitensi sparse in tutto il mondo e i trilioni di dollari stanziati dagli ultimi governi per le spese militari, gli U.S.A. dimostrano che non vogliono cedere porzioni della loro leadership. Ci vuole invece, per usare forse un concetto trito ma efficace, un efficace cooperazione tra gli Stati“. Le ultime domande poste da Armocida fanno tornare Stone al racconto della dimensione più personale della sua vita, partendo dal ricordo del film scelto di proiettare qui a Pesaro per celebrarlo: “Nato il 4 Luglio voleva essere un omaggio all’uomo più forte che abbia mai conosciuto, l’ex-soldato e poi attivista politico Ron Kovac. Non posso negare che la vittoria dell’Oscar in quell’occasione abbia aiutato ad aumentare la fiducia in me stesso”. Se “Cercando la luce. Scrivere, dirigere e sopravvivere” è un’autobiografia che in alcuni punti “ha il gran passo del romanzo americano”, per citare le parole del direttore, in altri il tono è più intimista: “Mio padre è stato lo sceneggiatore della mia vita, mia madre la regista“. Proprio sulla figura materna, che Stone in passato ha definito come una delle sue dipendenze – l’altra è la cocaina – il ricordo si tinge di tenerezza. Alla domanda come si pone di fronte al disclaimer di inquadramento storico imposto da HBO per il passaggio di Via col vento sulla sua piattaforma, il regista invece di appoggiare, come si poteva supporre, una simile scelta la contestualizza a sua volta: “Bisogna considerare la percezione che il film di Victor Fleming esercitava sulla generazione di mia madre. La gente del tempo vi vedeva ancora una storia d’amore tormentato, senza le letture sociologiche di adesso. Si sperava sempre che Clark Gable tornasse sui suoi passi“. Insomma, nato il 4 Luglio ma anche la seconda domenica di Maggio, festa della mamma.

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