Profondo Argento, di Giancarlo Rolandi e Steve Della Casa

Vita e cinema di Dario Argento in un doc gentile, affettuoso. Forse troppo, perché gli elementi più ambigui e affascinanti finiscono fuori campo. Storia del Cinema.

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Lo faccio perché voglio essere amato“, dice un Dario Argento tra i trenta e i quarant’anni durante uno dei contributi di repertorio che Profondo Argento, nuovo documentario di Steve Della Casa che stavolta dirige a quattro mani con Giancarlo Rolandi dedicato soprattutto alla prima parte della carriera del maestro del brivido. E ci sembra che il senso del documentario sia tutto qui. Non tanto nella frase che il giovane Argento dice alla telecamera ma nel paradosso di quelle immagini “(rad)doppiate” poco dopo dal loro controcampo, da un Argento contemporaneo che si confronta con gli intervistatori e prende parte attiva al documentario. Il film di Rolandi e Della Casa è in effetti una delle pochissime tra le regie “tandem” di quest’ultimo a raccontare un personaggio ancora in vita (prima ci fu solo, nel 2000, l’intervista a Riccardo Freda che Della Casa curò con Mimmo Calopresti). E allora tutta l’operazione sembra doversi giocoforza ridurre alle solite questioni, alla ricerca di nuovi linguaggi, di nuovi posizionamenti del racconto per evitare che il soggetto dell’indagine si “mangi” il film.

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Forse anche per questo Profondo Argento ci mette un po’ a trovare il suo passo. Probabile non aiuti lo strano formato scelto dalla regia per il progetto, quasi un video essay di appena un’ora, che attraversa la carriera di Argento per segmenti tematici dentro e fuori il suo cinema. Ma salvo qualche tiro a vuoto, la riemersione di questioni già affrontate, di questioni già note, Rolandi e Della Casa riescono a piazzare qualche buon colpo, a fare le domande giuste. Profondo Argento ha in effetti il pregio di svelare lentamente certi spazi, certi eventi inediti della vita del regista e di raccontarne il peso all’interno del suo cinema. L’infanzia nello studio fotografico della madre, a contatto con dive d’altri tempi che diverranno camei dei suoi film, ecco la sua esperienza di critico cinematografico, come i suoi miti della Nouvelle Vague. Ne viene fuori una storia del cinema di Dario Argento raccontata in tralice, in cui la teoresi delle sue immagini è affidata ad un parterre di ospiti ristretto e famigliare (il cugino Daniele Luxardo, la figlia Asia, il direttore della fotografia Luciano Tovoli, l’amico critico Jean François Rauger) e al soggetto dell’indagine è lasciato tutto lo spazio sentimentale, l’emozione del ricordo. Che è forse uno dei modi più semplici e interessanti per raccontare certi soggetti: svuotare l’ego, tornare ad una narrazione umanissima che in effetti parte proprio da quella confessione, da quel lavoro di regia compiuto per desiderio di amore.

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Si potrebbe quasi dire che Profondo Argento è la storia dello stupor di Argen\to, sentimento costantemente evocato dal regista, che ritrova sui primi set gli odori degli studi fotografici che frequentava da bambino, che quando vede i primi test di Tovoli per Suspiria esulta gridando di “aver trovato il colore giusto!”, che orgogliosamente si considera tra i primi ad aver ascoltato il suono di quelli che saranno i “suoi” Goblin. Ma la meraviglia può anche essere oscura, ambigua. Argento stesso se ne rende conto e si apre, confessando di quella volta di quando, negli anni ’70, nel pieno del successo, a volte riusciva a immaginare nitidamente il suo corpo lanciarsi dalla finestra e cadere sull’asfalto: l’aria fredda, le braccia che si abbandonano, il dolore dell’impatto. Lui non riesce ancora a spiegarsi davvero il motivo di quei pensieri e, anche il film, tende a fermarsi.

Profondo Argento fa un passo indietro, per pudore, certo, ma forse agisce troppo in fretta e svela troppo della sua natura profonda. Quello di Della Casa e Rolandi è in effetti un documentario intelligente, affettuoso ma anche rassicurante, forse troppo, che non scava per paura di scadere nel voyeurismo e lascia fuori troppo gli elementi più interessanti del corpus argentiano: non solo il confronto di Argento con questa sorta di depressione ma anche la parte più crepuscolare del suo cinema, quella forse più altalenante ma affascinante.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
4 (3 voti)
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    Un commento

    • Ringrazio tantissimo per la bella recensione. Volevo solo far notare che però, in passato, ho parlato di Riccardo Freda con Calopresti quando Riccardo era vivo e vegeto, così come erano vivi e vegeti (ahimè, oggi molti non lo sono più) I tarantiniani dell’ominimo doc.