Riget Exodus, di Lars Von Trier

Sono passati 25 anni ma l’ospedale del Regno anche nella terza stagione cura i suoi pazienti/spettatori con robuste dosi di satanismo, non-sense comico ed odio trans-nazionalistico. Fuori Concorso

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Dopo aver visionato il DVD delle due serie de Il regno, di Lars Von Trier liquidandolo in maniera tranchant con un “Ma come si fa a fare una boiata del genere?”, la sonnambula Karen (Bodil Jørgensen) si reca nell’omonimo ospedale di Copenaghen spinta da uno strano richiamo soprannaturale. L’anziana donna, per curare il suo disturbo del sonno, riesce perfino a farsi ricoverare nel mitologico reparto di Neo-Chirurgia, acquistando ben presto un ruolo centrale nelle sempre più apocalittiche vicende del nosocomio costruito sulle rovine di un antico lavatoio.

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Sono passati 25 anni dalla fine della seconda stagione, un lasso di tempo significativo per il cinema ed una vera e propria era per la tv, ma Riget Exodous, presentato Fuori Concorso a Venezia 79, sembra aver skippato una prevedibile risemantizzazione socio/politica come un noioso pre-roll di Youtube. Di fronte ad un prodotto nato sin dal 1994 come valvola di sfogo delle ossessioni narrative (altrove sgrezzate) di Von Trier – il pastiche di generi commerciali, la comicità brillante, il cinema dell’assurdo – la terza stagione delle vicende incentrate su Il regno conserva intatte le caratteristiche tecniche che lo rendono il prodotto perfetto per il più fandomico dei binge-watching. Persino le prime scene, che sembrano accettare la livida fotografia tipica dei serial ospedalieri dell’ultimo ventennio, risultano come un buffetto dato sull’occhio dello spettatore (e non a caso la prima puntata si apre con l’immagine di una retina su cui scorrono velocemente le già mitopoietiche immagini delle prime due stagioni) che, nell’arco di qualche minuto, potrà decifrare il falso allarme e tornare, rinfrancato per lo scampato pericolo modernista, al giallo sgranato degli anni Novanta.

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A differenza del David Lynch che sull’ultima stagione di Twin Peaks sembrava abbattere la sua scure autoriale su un prodotto venerato fin oltre i propri meriti, Lars Von Trier tratta Riget Exodus come un balocco da ridisegnare appena nei punti più scoloriti, ornare magari con qualche nuovo nastrino ma mantenendone intatta la configurazione ludica originaria. Così, ad esempio, non ci sono più stucchevoli liaison d’amore: l’unico possibile legame sentimentale si rivelerà, alla fine della quinta puntata, l’ennesima beffa di una Morte sempre infingarda. Allo stesso modo la rivalità transnazionale tra la molle Danimarca e l’efficiente Svezia acquisirà ancora maggior peso diventando il motore della vicenda, tra continui scontri verbali empatizzabili da chiunque subisca la dicotomia Nord-Sud e furiose lotte demonologiche in cui sarà coinvolto, oltre al sempre luciferino Willem Dafoe, Satana in persona ovvero Lars Von Trier, in un riuscito cameo che rischia di suonare beffardamente come la chiusura di una carriera. Il diavolo naturalmente è sempre lui che anche qui continua a provocare pescando senza paura nella torbida storicistica nazista, ovvero l’Operazione Barbarossa messa in atto un po’ improvvidamente dal gruppo dell’Anonima Svedese. Come il gesto delle corna che chiudeva la sigla delle prime due stagioni, forse anche per quest’ultimo si sottovaluterà la funzione esorcizzante di queste insubordinazione apotropaiche.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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