#RomaFF13 – Noi Siamo Afterhours, di Giorgio Testi

Lei è qua, falsità come radioattività…

Era Dentro Marilyn il pezzo di apertura del concerto degli Afterhours al Forum di Assago, lo scorso 10 aprile. Un unico live in tutto il 2018 per festeggiare i trent’anni di carriera del gruppo. Un pubblico mai visto in una singola data, diecimila persone. Giorgio Testi, con il suo obiettivo, a riprendere l’evento. Ed è come se un’intera storia si condensasse in un sol punto. Tutto dovrebbe girare alla perfezione, ma si inizia proprio con una stecca di Manuel Agnelli, che attacca con la nota sbagliata. Quel “lei” gli si strozza in gola. Poco importa, del resto “è il concerto che decide”, avverte Manuel in quelle poche note che aprono il film. “Se cerchi di controllare tutto ti condanni alla mediocrità, tutto funziona bene, ma non ci sono picchi”. La preparazione, certo, l’allenamento da atleti, la cura, ma alla fine contano l’intuizione e l’energia del momento. È tutto, sempre, una contaminazione. Sul palco come per strada. Sporcarsi, rischiare l’intoppo e l’errore, quella ferita che si apre a ogni caduta, sfidare l’infezione. Germi… non è un caso che si parta da lì, dal primo disco in italiano degli Afterhours. Dentro Marilyn, Strategie, Ossigeno, suoni che battono e stridono, la voce che sale e che picchia. È in quel disco la svolta decisiva, quella che marca la distanza dai modelli ascoltati, divorati e amati, segnando l’inizio di un percorso unico e personale.

Lei è qua, falsità… l’ossessione, in fondo, è la ricerca e la rivendicazione di un’autenticità, nonostante tutto sembri costringere a una finzione e a un compromesso, mentre il pop uccide l’anima. È un’idea che torna sempre, che corre sotto traccia, anche a distanza di ore e di anni. Da Le verità che ricordavo a Padania: “Se un sogno si attacca come una colla all’anima tutto diventa vero tu invece no”. È un’urgenza di sincerità senza filtri, di vita vissuta e cantata, di pensieri effettivi, senza distorsioni, inutili ammiccamenti. La necessità di cercare un paese reale, anche tra le scenografie senza corpo di Sanremo.

Dopo averli seguiti per circa vent’anni, tra concerti e dischi consumati, mi sembra sempre più chiaro che la forza degli Afterhours, della loro storia, sta nel non aver mai rinunciato alla concretezza della musica, quella che nasce dal corpo vivo della pratica, che si nutre e cresce nella dimensione live. E non è questione di spettacolo, di apparizioni, incantamenti o epifanie. Ma di pezzi cantati e suonati davvero, con tutta l’energia, la professionalità e la passione possibili, anche davanti a “venti spettatori”, anche tra i terremoti e gli sgomberi, anche nelle crisi più che naturali, tra separazioni, abbandoni, cambi di line-up. E persino oggi che sembra compiuto lo sdoganamento da parte dell’establishment, con la consacrazione di Agnelli come giudice di X-Factor e conduttore televisivo, resta l’impressione di non trovarsi di fronte a un personaggio. Sì, ok, l’immagine è sempre in discussione con la sostanza, a rischio di conflitti e smarrimenti, e vanno bene i capelli lunghi, il look, le pose. Ma continuo a pensare che Agnelli tutto sia fuorché una star. Per fortuna. È un Afterhours, un musicista, un autore e un cantante che condivide il palco e un pezzo di sé con tutti gli altri che hanno vissuto l’esperienza del gruppo, da Giorgio Prette a Xabier Irondo, Rodrigo D’Erasmo, Roberto Dell’Era, Stefano Pilia, Fabio Rondanini. O che sta in disparte, alle tastiere, durante i concerti degli altri. L’espressione è la musica, ciò che parla è la canzone. Non c’è bisogno di dichiarazioni, prediche o esternazioni. E coerentemente, Giorgio Testi asciuga il contorno. Poche confessioni sottovoce, al massimo qualche immagine di repertorio. Poi restano i pezzi, tra le martellate alla batteria, le chitarre, il basso e il violino. E, ovviamente, restiamo noi, il pubblico, noi che c’eravamo e ci siamo ancora, tra le sottili linee bianche e i bye bye a Bombay. Noi che quelle canzoni continuiamo ad ascoltarle e biascicarle. Magari sottovoce e in disparte. Sia quando stiamo bene, sia ancor più, forse, quando siamo incazzati o tristi. E cerchiamo una ragione in uno slittamento di senso. Perché tra il “non c’è niente che sia per sempre” al “non è niente, non è per sempre” c’è un abisso. Anche se sono storie vili, torneremo a scorrere…