#RomaFF14 – Marco Polo. Incontro con Duccio Chiarini

 «Oggi si parla di scuola solo quando c’è un’emergenza, un fatto di cronaca da raccontare. Io volevo invece entrare nel vivo, nel quotidiano pulsante di questa istituzione».

Esordisce così Duccio Chiarini nel raccontarci il suo nuovo documentario Marco Polo, presentato al Festival del Cinema di Roma nella sezione Alice nella città, che segna il ritorno del regista fiorentino al cinema di realtà dopo l’uscita di L’Ospite. 

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Il suono della campanella apre e chiude un film girato entre les murs, tra le classi dell’Istituto tecnico Marco Polo, alle porte di Firenze, fortunatissimo microcosmo specchio della società in cui viviamo: «La comunità scolastica dell’ITT Marco Polo di Firenze lavora per includere e per creare uguaglianza, unità e amicizia tra tutte le ragazze e i ragazzi della scuola, qualunque sia la loro provenienza o condizione. A questo vogliamo educarli: a non avere paura di chi è nuovo, ad abbattere gli stereotipi e i pregiudizi, a riconoscere negli altri la comune umanità. Il periodo storico non ci rende il compito facile», recita il manifesto della scuola.

È tra queste parole che va trovato il senso profondo dell’opera di Chiarini che ha scovato in questo istituto tecnico di periferia, così lontano dall’immagine dei licei della Roma “bene” cui ci hanno abituato le serie tv, una dimensione utopica ma allo stesso tempo irrimediabilmente vera della vita dietro (e davanti) i banchi.

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Il suo è un viaggio nel mondo scolastico di oggi, così diverso e perennemente in mutazione rispetto a quello di un tempo. E Chiarini, come il Marco Polo che a questa scuola dà il nome, è l’esploratore per eccellenza che mostra queste “meraviglie esotiche” agli spettatori. Per farlo ha ritenuto opportuno essere «invisibile, trasparente, in modo da seguire naturalmente il fluire delle cose in questi quaranta giorni di riprese giocati su un intero anno scolastico», e lasciare che a parlare fosse chi in quei corridoi e quelle aule vive ogni giorno: «c’è un testo di Brecht che parla del teatro come della rappresentazione che gli attori fanno dei gesti captati in giro e riprodotti», racconta Chiarini, «ed è esattamente ciò che noi abbiamo provato a fare: a capire, osservare i gesti, prima di riprenderli, in modo tale che il film desse l’idea di immergersi nella realtà, non in una finzione».

Dal primo giorno fino al temutissimo esame di maturità, la scuola che vediamo sullo schermo è aperta, inclusiva, accogliente, pur nella sua complessità reale.

Un messaggio semplice ma, nella sua semplicità, rivoluzionario, che ci riporta alla mente quella famosa Lettera a una professoressa di cui abbiamo da poco celebrato il cinquantennale. «È un sasso lanciato nell’acqua» dice il regista, «un piccolo tentativo, uno spunto di riflessione», come “piccolo” ma potente era l’esperimento pensato da Don Milani. Il prete di Barbiana aveva detto che «la scuola siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi». Ed è da qui che sembra partire il regista, perché oggi, forse più che allora, c’è la necessità di ripensare la pedagogia e il sistema educativo a cominciare dal (mancato) insegnamento della storia contemporanea, di cui si dichiara grande appassionato: «facciamo i conti con una storia irrisolta», ci ricorda, «ed è invece essenziale studiarla, studiare il nostro Novecento che ancora infiamma gli animi. Per essere cittadini consapevoli occorre conoscere l’era dei totalitarismi e delle grandi avanguardie».

E se sui giornali e in televisione vediamo una scuola devastata dal bullismo, con professori in balìa di studenti bulli e maleducati, totalmente disinteressati all’apprendimento, Marco Polo ci regala un’altra immagine.

Duccio Chiarini ha la capacità (e il coraggio) di riportare l’insegnamento al centro di un dibattito onesto scevro da strumentalizzazioni, uno scorcio che dà speranza in tutta la sua carica dirompente e assolutamente politica.