#RomaFF14 -Motherless Brooklyn, di Edward Norton

Le luci del ponte di Brooklyn. New York sembra sparire, spesso inghiottita nella notte. La parola del quinto romanzo di Jonathan Lethem (uscito in Italia prima col titolo Testadipazzo edito da Tropea e poi Brooklyn senza madre pubblicato da Bompiani) e quella dell’adattamento del film sembrano sovrapporsi. Con la voce-off del protagonista, Lionel Essrog, un investigatore privato affetto dalla sindrome di Tourette. Dopo la morte del suo mentore Frank Minna (Bruce Willis) indaga sul suo omicidio. Si immerge così nei bassifondi di Brooklyn e nei jazz-club di Harlem arrivando fino alle alte sfere del potere della metropoli. E New York inizia a svelare i suoi oscuri segreti.

Lethem probabilmente pensava al cinema di Scorsese quando ha scritto il romanzo. Norton invece ha forse guardato dalle parti di Chinatown di Roman Polanski. Che sembra emergere soprattutto dai colori scuri della fotografia di Dick Pope, dalla facciata del potere. Ma anche dal modo di filmare i pestaggi. Anche dello stesso Lionel.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

Per Norton forse Motherless Brooklyn è il film della vita. Un progetto a cui ha iniziato a pensare subito dopo il suo primo e unico lungometraggio come regista prima di questo film, Tentazioni d’amore del 2000. Che inizialmente non voleva dirigere. E affrontare una materia narrativa abbondante come quella del romanzo di Lethem è stata una sfida che il suo film ha sostanzialmente vinto. Anche perchè stavolta l’attore statunitense oltre ad essere regista, è anche sceneggiattore. Si, Motherless Brooklyn è un film molto dialogato. Ma la parola diventa una specie di ricorrente sonorità che scorre parallelamente alle musiche di Daniel Pemberton che richiamano echi di Miles Davis. E che contagia anche il bel brano Daily Battles cantato appositamente per il film da Thom Yorke e Flea.

Il personaggio di Essrog, interpretato dallo stesso Norton, mantiene parte delle associazioni verbali di quelle del romanzo. “Ho il vetro dentro il cervello” avverte in apertura. E il suo “If” di scatto diventa quasi il ritmo di una partitura visiva jazz. Di un cinema che segue, come per istinto, le onde della sua testa. Che guarda anche alla malinconia post-noir quasi da Il lungo addio di Robert Altman, con la casa di Essrog col gatto. Che è vicina anche a uno dei momenti più intensi del film, dove il protagonista piange la morte di Minna sulle scale.

Poi c’è New York. Rimasta nella testa del regista-attore in uno dei suoi omaggi più belli, La 25° ora di Spike Lee. Proprio con Norton protagonista. Ancora la metropoli in trasformazione. Che sposta l’ambientazione del romanzo dal 1999 (l’anno in cui è stato pubblicato) agli anni ’50. Ma si parla anche di speculazione edilizia, di zone della città diventate degli slums e degli affari che ci stanno dietro. Con la rappresentazione del potere. Con un ottimo e perfido Alec Baldwin e il rapporto distrutto con il fratello, interpretato da Willem Dafoe, ora costretto ad arrangiarsi. Ma anche l’immersione del concerto jazz nel locale gestito dal padre di Laure. Uno dei tanti intermezzi. Delle pause che Motherless Brooklyn si prende. Non tutte funzionali. Come la scena di Frank che guarda Lionel prima di salire in macchina con i suoi assassini. O il riflesso sulla pozzanghera. L’unica concessione estetizzante in un film invece permeato dalle atmosfere di una classicità rivisitata. Come del resto il primo film di Norton, Tentazioni d’amore. Lì la commedia sentimentale. Qui il post-noir. Dove Bruce Willis (che aveva recitato con lo stesso Norton e Willem Dafoe in Grand Budapest Hotel di Wes Anderson) sembra uscito da Ancora vivo di Walter Hill. Si vede che Norton si è parecchio innamorato di quello che stava girando.

Forse Motherless Brooklyn nella sua testa poteva essere ancora più lungo dei 144 minuti della sua durata. Ma c’è qualcosa di contagioso nel suo film. Perché ogni personaggio, ogni ambiente è rivissuto dentro la testa di Lionel Essrog/Edward Norton. Quello che si vede nel film è solo l’ultimo passaggio.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *