SERIE TV – "Black Mirror", di Charlie Brooker

black mirrorPochi giorni fa, alla presentazione dell’ultimo film di Francesca Comencini, si è ragionato un po’ sullo stato attuale della società italiana, notando che recentemente diverse pellicole, (Reality e Bella Addormentata, oltre a quella stessa della regista romana) abbiano avuto come filo conduttore quello di indicare nella televisione l’enorme mostro che sta divorando l’etica e il raziocinio della nostra nazione. Pur condividendo per molti aspetti questa tesi, troviamo assolutamente sbagliato limitare il tutto ad una semplice equazione televisione=unico male italiano. Questa semplificazione, specie nel nostro paese, sempre pronto a ragionare solo sul proprio ombelico, è il cavallo di battaglia di molti pseudo-sociologi che confondono prodotti banali (in cui la ragazza si prostituisce per avere successo o la popolazione non pensa al proprio fututo ma al Grande Fratello), come intelligenti fotografie della società italiana. Il problema del rapporto tra uomo e televisione, o piuttosto uomo-tecnologia, è molto più serio e globale di quanto si è mostrato fino ad esso con lavori di questo genere.
Ben venga dunque, dall’estero, un prodotto come Black mirror, miniserie inglese creata dall’estroso Charlie Brooker (suo la serie horror Dead set) e trasmessa su Channel 4, capace, nonostante il suo stile tipicamente inglese, di parlare ad ogni spettatore, rovesciandogli sopra una tale quantità di veleno da non poter lasciare nessuno indifferente.  Utilizzando la struttura dei tre episodi autoconclusivi (idea tratta dalla serie americana Ai confini della realtà) la serie, infatti, cerca di compiere una riflessione a trecentosessanta gradi su quanto la tecnologia (tutta) ci stia drogando (non è un caso che Brooker stesso parli di addiction nelle sue interviste).  

Le storie,  pur essendo diverse per cast, ambientazioni e trame non possono che essere considerate le facce della stessa assurda moneta di tre lati. Infatti il primo ministro costretto a perdere la propria dignità in diretta mondiale (The National Anthem) è estremamente vicino sia al ragazzo disposto ad uccidersi per sfuggire da una claustrofobia prigione televisiva (15 Million of Merits) sia al giovane avvocato che grazie ad un sistema per rivivere i ricordi trasforma la propria gelosia in una tragica ossessione (The Entire History of You). Tutti e tre, pur uscendo apparentemente da vincitori dalla propria tragedia-tecnologica-personale (chi accrescendo i propri consensi, chi realizzando il proprio sogno e chi, ancora, vedendo confermate le proprie teorie), devono vivere le proprie vittorie in un'assoluta e disarmante solitudine. Tutti i protagonisti infatti decidono consapevolmente di sacrificare il proprio amore e continuare a seguire le regole, ed approfittare dei vantaggi, della società super-evoluta in cui vivono. Facendo ciò sono condannati a convivere con questo rimpianto (gli sguardi finali dei tre attori principali sono emblematici) per il resto della loro esistenza.

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Questa morale finale, la tecnologia uccide l’amore, può essere sicuramente liquidata come una pretestuosa banalità, ma non si può negare che sia una chiave di lettura vincente. E' grazie ad essa che, con efficacia, si permettere a qualsiasi spettatore di vivere la disperazione dei tre “eroi” di queste storie, di rimanerne tramortiti e disgustati dopo la visione, e di cominciare a considerare in un altro modo le migliaia di specchi neri (gli schermi dei televisori, dei pc, degli smartphone) che come occhi ciechi ci seguono dappertutto.

 

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