Shaft, di Tim Story

La parabola di Tim Story è un caso molto singolare nella celebrata new wave del cinema afroamericano. Il cineasta fu il primo a tentare il grande e prematuro salto verso il blockbuster con Fantastic Four (2005). La sua esperienza si era meritata un sequel ma era stata talmente anonima da bruciare le sue potenzialità autoriali. Il regista non era stato capace di trasferire il sense of blackness in un altro contesto. I suoi film mancavano di quel quid che Ryan Coogler ha saputo infondere nel magistrale Black Panther (2018). Tuttavia, il fallimento ha avuto un effetto purificatore che non si è limitato a tracciare i suoi limiti. Il ridimensionamento ha anche definito il campo in cui la sua peculiarità di appartenenza può esprimersi.

Shaft dimostra che il cinema afroamericano non offre sempre e solo la poesia di Barry Jenkins e gli incubi politici di Jordan Peele. I film di Tim Story assomigliano molto di più agli infiniti cicli familiari di Tyler Perry, bistrattati dalla critica e amatissimi dal pubblico di riferimento. Infatti, la sua seconda vita cinematografica si era plasmata con gli adattamenti di un best-seller di Steve Harvey. Il popolare comico e conduttore radiofonico/televisivo è un grande interprete dei sentimenti e delle espressioni dell’uomo qualunque della comunità. Finalmente, Think Like a Man (2010) aveva convinto Tim Story a non vergognarsi più dell’ambito in cui poteva rendere al meglio.

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Shaft si avvale molto della sua esperienza in un buddy-movie come Ride Along (2014) e il regista è abile a spremere ogni goccia del carisma di Samuel L. Jackson. La trama del film è ugualmente risibile come quella della commedia poliziesca con Kevin Hart e Ice Cube. Eppure, la relazione controversa e conflittuale tra le tre generazioni della famigerata famiglia di detective di Harlem è un perfetto esempio di umorismo afroamericano. Il problema è che anche questo tipo di spirito identitario mostra la stessa insofferenza verso le restrizioni del politically correct. Le battute accattivanti per la minoranza sono settarie, misogine e sessiste come quelle a specchio per la maggioranza.

La forzata lontananza dal quartiere e dall’esempio paterno hanno ridotto l’erede di Shaft ad una fighetta bianca. Un’educazione rigorosamente materna e protettiva gli ha inculcato dei comportamenti con le donne che l’ubermensch nero ritiene ambigui. Il suo abbigliamento hipster e il suo impiego ufficiale nell’FBI lo riducono ad una macchietta attuale di Sidney Poitier. Lo scontro tra il nero assimilato e quello che esprime tutto il suo potenziale di razza è rimasto fermo ai canoni del blaxploitation. Cinquanta anni fa, l’eroe omonimo interpretato da Richard Roundtree era l’emancipazione della virilità afroamericana. La sua bellezza selvaggia e la sua indole anarchica lo rendevano più fico di 007 e più sexy di Bullit.

Quindi, il ragazzo si merita la stima del padre solo quando inizia ad agire d’istinto e a modo suo. Allo stesso modo, conquista l’amica del cuore quando lei lo vede destreggiarsi senza imbarazzo in una sparatoria. Shaft non propone nient’altro che un continuo paragone tra quello che era significativo e distintivo per i neri di allora e quello che invece li ha snaturati adesso. Ovviamente, lo fa con un’evidente nostalgia che i blandi rimproveri per l’assenza genitoriale non riescono ad equilibrare. Tim Story rievoca un format più semplice e di genere perché non può reggere il confronto con i suoi colleghi pluripremiati. Forse, non potrebbe dirigere David Oyelowo e Mahershala Ali ma non avrebbe problemi con Pam Grier e Ron O’Neal.

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L’ottima sintonia tra gli attori e la presenza di un Samuel L. Jackson perfettamente a suo agio tra le strade di Harlem rendono il film piacevole. La sua empatia per il suo pragmatismo spiccio, per il suo approccio da stereotipo noir verso le donne e per i suoi metodi da strada è funzionale. Tim Story non ha le capacità e le intenzioni di cimentarsi con un approccio più personale e ha bisogno di un cinema ai minimi termini. Tuttavia, una volta che si è costruito il suo habitat, lo percorre senza intoppi e con una professionalità invidiabile. Shaft è un film all’altezza del suo compiaciuto disprezzo verso la possibilità (remota) di essere migliore delle aspettative.

Titolo originale: Shaft
Regia: Tim Story
Interpreti: Samuel L. Jackson, Jessie Usher, Alexandra Shipp, Regina Hall, Richard Roundtree, Avan Jogia
Distribuzione: Netflix
Durata: 111’
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.25 (4 voti)

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