Song ‘e Napule – Incontro con i Manetti Bros, Giampaolo Morelli e il cast

Affollata e divertita conferenza stampa questa mattina, presso il cinema Barberini, per il nuovo lavoro dei Manetti Bros, Song ‘e Napule, presentato Fuori Concorso all’ultimo Festival di Roma. Il soggetto è di Giampaolo Morelli che veste anche i panni di Lollo Love, voice del gruppo neomelodico protagonista del film. Presenti in sala anche Alessandro Roja, nei panni del poliziotto pianista, Serena Rossi, sorella di Lollo che ha contribuito alla colonna sonora, e il “commissario” Paolo Sassanelli.

Il protagonista Paco, pianista e poliziotto poco convinto, viene costretto ad infiltrarsi come tastierista in un gruppo neomelodico napoletano che suonerà al matrimonio della figlia di un mafioso, occasione in cui sarà presente anche un super ricercato (interpretato da Peppe Servillo).

Come siete arrivati a un film del genere?

Marco Manetti: Tutto è nato da un’idea di Giampaolo Morelli che immaginava un poliziotto infiltrato in un gruppo neomelodico. I nostri film cercano nell’intrattenimento (che consideriamo lo scopo più alto di un film) di sfatare qualche pregiudizio che, in questo caso, noi stessi abbiamo sfatato non pregiudizialmente ma strada facendo. Conoscendo canzoni e musicisti neomelodici abbiamo capito che questa è la nuova musica napoletana. E’ un fenomeno cittadino attorno a cui ruota uno star system vero, che produce denaro, c’è un vero mercato nella sola Napoli che spesso a livello nazionale neanche esiste.

Il poliziotto è preciso, inattaccabile ma terribilmente buono. Com’è stato interpretarlo? E com’è stato farlo a Napoli?

Alessandro Roja: Lui è un puro, è un personaggio che giudica, si sente ferito dal suo popolo che ama profondamente, ma si rende conto che per giudicare qualcosa bisogna averne vera conoscenza – ad esempio quando denigra i neomelodici ma poi scopre Lollo Love. Quando è coinvolto nel gruppo gli crolla il mondo addosso, pensa di essere arrivato al livello più basso perché lui apprezza solo la musica più alta. Io stesso capisco quello che prova il personaggio perché sono stato messo in una centrifuga, abbiamo girato tanto – come mai nella mia esperienza passata, e in più stavamo per strada, era una guerriglia. Capisco il suo sentimento verso Napoli, ti stende come ti stende un amore, è decadente a livello poetico. E’ una città mangiata da dentro dagli stessi che dicono di amarla.

Antonio Manetti: Ci tengo a dire che molti degli ultimi film su Napoli (Gomorra ecc) sono stati girati fuori dal centro, ad esempio a Scampia, per vari motivi: si vede Napoli solo come cronaca nera ma ha tanti pregi che superano i difetti. Non si gira in centro perchè si pensa che è complicato, che c’è troppo caos, ma non è così. Se c’era guerriglia è perché questo è il nostro modo di fare cinema, non Napoli. Al contrario girare in strada è stata una pace totale e c’è stato un grande spirito di solidarietà con le persone.

Tutti sfruttano la crisi di Napoli per scrivere libri e film, invece l’approccio di questo film è diverso e sano. Non c’è un male mascherato ma solo esaltazione di quello che c’è di buono. E’ una scelta?

Giampaolo Morelli: La scintilla dell’idea parte da lontano, cioè dal fatto che a Napoli convivono l’aspetto borghese e quello popolare a stretto contatto, le vie più ricche confinano con i vicoli popolari. Sono due mondi apparentemente lontani che convivono forzatamente. Io da napoletano ho inevitabilmente ascoltato e subito la musica napoletana. La neomelodica è un genere, nell’ambito ci sono musicisti bravissimi e preparati, io rimanevo incantato dai loro video poverissimi ma realizzati con tanta grinta, a loro modo sono geniali. Ho spinto tanto per realizzare questa idea e volevo che  fossero proprio loro a farlo, sapevo che sarebbero riusciti a calarsi nel tessuto e nella vita dei luoghi che raccontano. Non vedevo una Napoli raccontata così da dentro dai tempi di Nanni Loy: odori umori e sapori sono veri.

Marco Manetti: Per tre/quattro anni abbiamo portato avanti l’idea del film. E’ stato molto voluto dal produttore Luciano Martino, che non c’è più, senza il quale non l’avremmo fatto. Siamo arrivati ad amichevoli ricatti, “vi produco se fate questo film!”. È poi lo sceneggiatore Michelangelo La Neve ha trovato chiave giusta.

Antonio Manetti: Il film si doveva chiamare Inside Napoli. Per il titolo ha insistito tanto Luciano Martino, perché è di Renato Marengo e rappresenta una storia che continua, è un titolo che si porta dietro delle cose.

Nel film c’è anche il genere musicale. E’ difficile in Italia fare film musicali?

Serena Rossi: La commedia musicale è più diffusa in teatro ma i pregiudizi sono più degli addetti ai lavori che del pubblico. Marco e Antonio sapendo della mia passione mi hanno chiesto di fare due brani della colonna sonora. In questo campo si fa un po’ di fatica, vieni etichettato come cantante o attrice ma sono mestieri complementari.

Ai non napoletani, come vi siete preparati a calarvi così bene nei panni di napoletani?

Alessandro Roja: Con i due registi abbiamo lavorato sul non cercare un’imitazione precisa, ma piuttosto il momento di pulizia dalla napoletanità di Paco, così gli abbiamo fatto utilizzare parole riconoscibili ma con sua difficoltà ad usarle, tanto che quando si infiltra nel gruppo tutti gli chiedono se viene da Milano. Lui così è diventato un ibrido. La preparazione è venuta dallo stare lì e dai consigli degli altri.

Paolo Sassanelli: Io sono di Bari, non è stato tanto difficile avvicinarsi alla napoletanità, è stato molto divertente. Loro davano indicazioni, abbiamo costruito il personaggio su persone viventi, commissari, impiegat, ispettori che conoscevamo.

La camorra ridicolizzata? Era un intento preciso?

Marco Manetti: Non c’è volontà ma forse è il modo più napoletano per combatterla: riderci sopra. Non volevamo una Napoli senza camorra ma che la distruggesse con la risata, ci sono personaggi veri ma la forma è l’intrattenimento. La camorra viene raccontata come lo sono i cattivi in una commedia poliziesca.

Dimostrate ancora che siete gli unici in Italia a sapersi confrontare con il genere. Ci sono altri?

Marco Manetti: Il problema esiste nel cinema italiano, il genere è diventata una parola intellettuale invece la nostra forza è nell’intrattenimento. Il mio invito è ricordarsi che il genere non è solo caratterizzato da un messaggio negativo o cinefilo ma si deve rinnovare e deve divertire il pubblico. Al contrario direi che siamo gli unici “non di genere”, nel senso che non ci preoccupiamo di un genere, spaziamo molto, gli altri fanno o la commedia o il film d’autore. Non è appartenenza ma libertà.

Antonio Manetti: Questo film è anche di genere, siamo rimasti gli stessi, coerenti nella nostra strada, solo che questo film è più accessibile e popolare, infatti ha avuto l’interesse di Rai Cinema che l’ha prodotto.