Taipei Story, di Edward Yang

La crisi di una città diventa crisi sentimentale per una coppia che rimpicciolisce di fronte alle architetture moderne della Taipei degli anni ’80, fino a volatilizzarsi nel nulla. Su RaiPlay

Perché è cosi importante il baseball nella storia di Taiwan? Era il primo interrogativo guardando I ragazzi di Feng Kuei (1983) di Hou Hsiao Hsien e la stessa domanda si è riproposta dopo la visione di Taipei Story (1985) di Edward Yang costruito su un modello esistenzialista che parte da Ozu (Viaggio a Tokyo) per omaggiare il cinema di Michelangelo Antonioni. Il baseball è il tentativo disperato di una nazione di ricostruire una propria identità. Stretta tra USA, Giappone e Cina che a turno ne reclamano la sudditanza, Taiwan cerca di emanciparsi a metà degli anni ’80 proprio attraverso lo sport. Nel frattempo si allenta la repressione autoritaria della Cina fino all’abolizione della legge marziale del 1987 (anno del manifesto del cinema taiwanese): prende sviluppo una politica liberista che porta ad uno stravolgimento sociale e urbano. Taipei diventa la città simbolo di questo violento passaggio socio-culturale, troppo drastico per non lasciare ferite profonde.

I protagonisti di Taipei Story, Qin (Tsai Chin) segretaria di una donna d’affari e Lon (il regista Hou Hsiao Hsien) ex campione di baseball con velleità imprenditoriali, si ritrovano in una relazione sentimentale tormentata e vivono in una fase di stallo decisionale. La ricerca di una nuova abitazione a Taipei o i viaggi negli USA rappresentano continue contraddizioni tra il desiderio di restare ancorati ad una tradizione e la paura del progresso come perdita del sè.

Edward Yang inquadra spesso spazi architettonici vuoti, aridi, anaffettivi identificando nella caotica proliferazione edilizia urbana un disagio più profondo. Le costruzioni sono tutte omologate e negli interni silenziosi e bui sembra soffiare un’aria di morte. Rispetto alla visione del contemporaneo Hou Hsiao Hsien che ancora ha uno sguardo empatico verso i simulacri del passato, il cinema di Edward Yang registra le macerie di una disfatta, raccoglie i detriti di una trasformazione irreversibile e prende atto dell’impotenza del singolo individuo ad opporsi a questo mutamento. Qin allaccia una relazione con un collega di lavoro e poi si lascia andare al corteggiamento di un giovane bullo mentre ascoltiamo una colonna sonora pop anni 80 (Michael Jackson, Lionel Richie, il tema di Footloose). Lon vive nel ricordo delle sue mosse da campione di baseball, mima il tiro e il lancio, ma a freccette non riesce a centrare il bersaglio. Più il tempo passa più i personaggi si rimpiccioliscono di fronte alle grandi strutture di design, si nascondono dietro grandi occhiali scuri, finiscono ai lati dell’inquadratura e infine si volatilizzano nel fuoricampo.

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Lo fanno senza un pianto o un urlo di protesta. Prendono atto della loro inconsistenza. Come se il nulla fosse l’unica soluzione possibile. E il buio arriva inesorabile ad inghiottire tutto, prima anestetizzando gli scarni dialoghi di due amanti che si separano e poi fagocitando la risata isterica di Lon agonizzante. Arriva la new economy e una offerta di lavoro: Qin rimane perplessa a osservare il riflesso della macchine impazzite sulle vetrate a specchio dei nuovi palazzi di Taipei. Non riconosce più la città. Non riconosce più Lon. Non riconosce più sé stessa. Il meglio è ormai passato e non l’ha saputo trattenere dentro di sé.

Con Taipei Story e il successivo The Terrorizers (1986), Edward Yang getta le basi per il suo cinema di solitudini inesplose, di sguardi senza più accomodazione, di dispersioni identitarie. La crisi di una città è questa depersonalizzazione dei suoi abitanti, questa distanza incolmabile tra il desiderio di fuggire e la realtà che ti costringe all’ergastolo tra quattro mura. Tra gli Usa e il Giappone, tra l’amante a Tokyo e il bulletto che balla il pop anni ’80, nel caos incontrollato del traffico e nelle strutture verticali opprimenti risuona, ad echi crescenti, la disperazione.

 

Titolo originale: Qing mei zhu ma (青梅竹馬)
Regia: Edward Yang
Interpreti: Tsai Chin, Hou Hsiap-hsien, Ko I-chen, Ko Su-yun, Wu Nie-jen, Lun Hsiu-ling
Durata: 119′
Origine: Hong Kong, 1985
Genere: drammatico/sentimentale

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.5 (2 voti)
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