Tirailleurs, di Mathieu Vadepied

La storia di un padre che, per stare vicino al figlio, decide di seguirlo in guerra. Ma a parte il merito storico, manca totalmente di pathos. Un certain regard.

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Il corpo dei Tirailleurs divenne dalla metà del XIX° e l’inizio del XX° secolo una parte importante dell’esercito francese quando un gran numero di giovani del Senegal, della Tunisia, dell’Algeria e del Marocco, sono stati reclutati con la volontà di impiego in uno dei tanti fronti aperti. Dapprima per gestire il controllo dei territori coloniali, poi per trasformarli in battaglioni di fucilieri di rinforzo, attivi sul suolo europeo in vista della prima guerra mondiale.

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Il periodo di riferimento del film interpretato da Omar Sy è proprio quello, uno dei conflitti più sanguinosi della storia moderna, ed è stato girato in parte nelle Ardenne ed in parte in Senegal. Per l’attore è anche l’occasione di riscoprire parte delle sue origini, essendo lui nato da padre senegalese e madre di origine mauritana. La storia parte dal principio, a ricordare i sistemi di sequestro coatto utilizzati per sottrarre i ragazzi alle famiglie, e l’abuso della violenza con il pretesto della patria da servire, per ottenere pieno riconoscimento di cittadinanza. Un distacco descritto nella sua portata traumatica, che marca la discordanza da un ambiente sereno e dominato dalla natura per arrivare nella trincea di Verdun fatta di polvere e sangue. Uno dei giovani rapiti è Thierno, figlio di Bakary Diallo (Omar Sy), il padre che per salvarlo decide di condividerne la stessa sorte, e finisce anche lui deportato nei luoghi della guerra. Quel destino sarà un modo di scoprirsi e gettare una luce sul loro rapporto familiare, in una forma piuttosto anonima. Il film sposa una linea dialogica, privando le immagini di pathos, già sostenuto male da una fotografia lastrificata su toni immobili.

Le poche scene di battaglia lasciano lo spazio maggiore alla linea del fronte, nelle buche scavate per contenere le esplosioni. O nelle caserme improvvisate nei villaggi, in un clima adatto a rendere nervoso il più placido dei caratteri. Ma anche qui il problema è un imbarbarimento falso, inverosimile, la linea di condotta entra presto in fase di appiattimento e finisce nel cameratismo. E quasi dimentica di raccontare lo smarrimento, la scarsa preparazione, lo sguardo attonito di fronte alla morte. Le tematiche affrontate risultano poco risolte, manca totalmente il pathos e l’unico elemento di interesse resta nel fenomeno stesso del corpo dei Tirailleurs, in un ringraziamento postumo per delle vittime innocenti della grandeur. Un gesto di scusa verso quelle persone private della libertà e costrette a combattere per degli ideali completamente estranei.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
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