“Tra barricadera e studentessa”. Intervista a Valeria D’Obici

«Benvenuto nel mio piccolo rifugio». L’accoglienza di Valeria D’Obici nella sua casa milanese risulta fin da subito carica di tepore, luogo soave in cui trova pace lontana dal caos: «una volta al mese “fuggo” da Roma per venire qui. Milano è una città che ho nel cuore». Tra foto – poche perché «non mi piace ostentare» – e ricordi di gioventù appesi ai muri – con dediche di Paolo Panelli, Eduardo De Filippo, Franco Parenti e Charlie Chaplin – iniziamo la nostra chiacchierata partendo dal suo ultimo lavoro, Nour di Maurizio Zaccaro – tratto dal racconto Lacrime di sale, di Pietro Bartolo e Lidia Tilotta (ed. Mondadori) – con protagonista Sergio Castellitto, nei panni dello stesso Bartolo, e presentato all’ultimo Torino Film Festival

Lacrime di sale era appunto il titolo di lavorazione iniziale poi cambiato in Nour, nome della protagonista, una bambina siriana sbarcata a Lampedusa, interpretata da Linda Mresy. La storia è quella reale di Pietro Bartolo, medico dell’isola che cerca di ricostruire il passato della piccola per poterle dare un futuro migliore.

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Le riprese si sono svolte nell’estate di quasi due anni fa proprio a Lampedusa. Sono molto contenta del fatto che finalmente il film si stato visto al festival di Torino. Mi auguro poi che venga distribuito nelle sale, confidando in un miglioramento della stagione politica attuale.

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Nel film interpreta la responsabile del centro d’accoglienza migranti, un ruolo piccolo ma incisivo. Qual è stata la sua maggior difficoltà?
Dire la frase in arabo (ride, nda). Avevo chiamato mio cognato perché ha un amico madrelingua così che potessi imparare la pronuncia dei vari termini. Una volta sul set, però, Zaccaro mi disse: «Fatti dire dalla mamma di Linda – sempre presente durante le riprese – la pronuncia esatta della tua battuta», il risultato era tutta un’altra cosa e sono andata in crisi perché dovevamo girare poco dopo. Insomma, alla fine ce l’ho fatta dicendola sottovoce (ride, nda).

Con Zaccaro aveva già lavorato in altre occasioni.
Con Maurizio c’è stima reciproca. Due anni fa mi chiamò per il Montefeltro Film School Festival, che co-dirige con Piergiorgio Gay, per la lettura del suo romanzo Bleu il cui tema di base è l’Alzheimer. Poco dopo l’evento mi ricontattò per propormi il ruolo in Nour perché secondo lui sarei stata perfetta.

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E con Sergio Castellitto com’è andata?
Abbiamo avuto un ottimo rapporto, ci conosciamo da tanto tempo. Avevamo girato assieme I pianoforti di Berlino, film in 4 puntate con Alain Delon. Ti racconto un aneddoto: sul set di questo lavoro, Castellitto non mi avvertì che la sedia sulla quale mi ero seduta era quella di Delon, tanto che quando lui arrivò me ne resi conto e per togliermi d’impaccio gli dissi che c’eravamo già conosciuti a Cannes: «Sono la bruttona di Passione d’amore» (il film fu presentato in concorso nel 1981, nda). E lui: «Se tu sei la bruttona, non immagino la bellona». Fu un modo carino per farmi un complimento.

Il suo debutto al cinema avviene nel 1975 con La polizia ha le mani legate di Luciano Ercoli. Ma è infatti con Passione d’amore, di Ettore Scola, che si compie la sua consacrazione professionale grazie all’inquietante Fosca.
All’epoca non fu assolutamente un problema diventare “la più brutta d’Italia”, cosa che andò avanti per due anni, perché Fosca è un personaggio che dà tanto sul piano emotivo. E per me fu un premio esprimere tutta quella ricchezza interiore.

E sul fronte fisico?
Be’, a Cannes la gente mi osservava, mi scrutava per capire se ero veramente così orripilante come nel film, dove mi applicarono ossa, naso, denti finti, mi rasarono i capelli… Ero arrivata a un punto in cui dovevo dimostrare che nella realtà non ero così.

Però ha avuto la sua rivincita con la vittoria del David di Donatello come miglior attrice protagonista.
Certo e ci tengo molto a questo premio. Però, sai, essendo in Italia e nonostante i riconoscimenti, ti propongono sempre lo stesso ruolo. Non come in Francia o in Inghilterra dove, forse, avrei avuto una carriera diversa. E comunque, siccome il David è abbastanza pesante, mi torna anche molto utile per far uscire l’acqua dalle melanzane sotto sale (ride, nda).

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La sua filmografia è molto variegata: Piso pisello di Peter Del Monte, Uno scandalo perbene di Pasquale Festa Campanile, Cuore di Luigi Comenicini, Morirai a mezzanotte di Lamberto Bava, Fuga dal Bronx di Enzo G. Castellari… Tanto che una fetta di pubblico la ricorda per Yuppies – I giovani di successo di Carlo Vanzina, dove interpreta Virginia, la buffa segretaria di Massimo Boldi.
E mi sono divertita tantissimo durante la lavorazione. Mi presero perché a una festa di Carnevale mi travestii da cameriera con piumino da spolvero al seguito, e mentre fingevo di pulire cantavo Non sono una signora della Berté. Vanzina, che era anche lui presente, mi propose il ruolo. Anche se, col senno di poi, avrei fatto il personaggio meno caricaturale. Forse mi avrebbe aperto un tipo di scenario differente, mentre invece sono finita, per poco, in un altro filone macchiettistico (Mia moglie è una bestia e Anni 90, nda).

Però poi ha lavorato con Liliana Cavani, Pupi Avati e Gabriele Muccino.
Non è scontato che loro sapessero dei miei ruoli passati. Sono tutti e tre bravi nel carpire la tua anima di attore. Avati, poi, riesce a far recitare qualsiasi persona o cosa.

Artisticamente nasce in teatro. Nel 1972 entra nel collettivo dei fondatori del Salone Pier Lombardo, l’attuale Teatro Franco Parenti.
Fu la prima cosa che feci dopo essermi diplomata alla Scuola del Piccolo Teatro. In quel luogo si respirava un’aria meravigliosa perché Parenti era un grande ricercatore e un perfezionista preparato. All’epoca apprezzavo ma avevo per la testa altri progetti, ero giovane e impaziente, non capivo che quello era il “vero” teatro. Dopo 6 anni lasciai la compagnia e andai a Roma per fare Piccole donne: un musical!. Lì mi scontrai col sottobosco teatrale della capitale e capii la fortuna nell’aver avviato la mia carriera con Andrée Shammah e Franco Parenti.

Di solito le attrici sono fissate col passare del tempo…
Non ci penso mai! E questo forse è un guaio, chi lo sa. Procedo più per fasi che per tempo. Ora sono in quella tra barricadera e studentessa (ride, nda).

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