Un divano a Tunisi, di Manele Labidi

Selma è una giovane psicanalista franco-tunisina, single e indipendente, cresciuta a Parigi dove ha completato gli studi e ha abbracciato lo stile di vita europeo, tra jeans, tatuaggi e tagli di capelli sbarazzini. Dopo la fine della Primavera Araba e l’esilio del presidente Ben Alì, decide di tornare in terra natìa, a Tunisi, per esercitare la sua professione.

Viene accolta dagli zii e contro la loro opinione apre uno studio sul tetto del loro riad. Da lì in poi comincia un via vai di personaggi bizzarri che si presentano alla porta di Selma con il loro carico di paturnie. Dal panettiere a cui piace vestirsi da donna, alla parrucchiera di successo che non sopporta la madre, dall’ex militare che soffre di manie di persecuzione, all’imam depresso, Un divano a Tunisi è un caleidoscopio sgargiante e caotico di umanità confusa e problematica, in un periodo storico di profonda crisi che si riflette sull’incertezza esistenziale dei suoi personaggi. Una commedia serrata dai tempi comici azzeccatissimi, che ricalca in toto il canone di genere francese e ancor più che dalla tradizione cinematografica attinge dal teatro, da cui la regista Manele Labidi chiaramente proviene. In uno scenario ricostruito a puntino da uno sguardo evidentemente europeo, dove i viali alberati tunisini si confondono coi boulevards parigini, Selma è una figura indefinita di cui non conosciamo il passato (perché si è trasferita a Parigi col padre? che fine ha fatto la madre?) e che funge da perno all’andirivieni di pazienti che si affacciano al suo studio, oltre a fare da specchio alla cugina Olfa, adolescente ribelle che cerca in ogni modo di affrancarsi dalla famiglia e dalla tradizione islamica che la vorrebbe sposa e madre. Tra impiegati ministeriali inadempienti e poliziotti troppo zelanti, per Selma non sarà tutto rose e fiori e si ritroverà a fronteggiare una serie di impedimenti burocratici che potrebbero costringerla a chiudere lo studio, mentre la fila di persone che richiedono il suo aiuto si infoltisce.

Nonostante i personaggi a volte troppo marcatamente macchiettistici e momenti che a tratti scadono nel kitsch (come la scena dell’alcool test), Labidi riesce a restituire uno spaccato esistenziale verosimile, attraverso escamotage narrativi (come la visita al nonno, fedele sostenitore della vecchia presidenza o il matrimonio di Olfa) che danno sostanza al film senza far perdere potenza allo humor e che deviano dalla facile strada del sentimentalismo. Nei panni della protagonista ritroviamo Golshifteh Farahani, attrice iraniana, dal 2008 bandita dal suo paese a causa della collaborazione con Ridley Scott in Nessuna verità, già vista accanto ad Adam Driver in Paterson di Jim Jarmusch. Smessi gli estrosi panni di moglie accogliente dell’autista-poeta Driver, l’attrice indossa jeans e camicetta per dare vita ad una donna dallo sguardo malinconico, che osserva ciò che la circonda con occhi stranieri, carica di speranze e di pregiudizi che potrebbero essere i nostri (“Credi che siamo dei selvaggi?” chiederà il poliziotto a Selma). Di certo lo sguardo è quello della regista Labidi, nata a Parigi da genitori tunisini, che attraverso la sua protagonista racconta con ironia e onestà il ritorno alle proprie origini, una ricerca di radici e identità in cui si mescolano aspettative e stereotipi che coltiviamo gli uni verso gli altri, europei e nordafricani, francesi e tunisini e dai quali per un attimo, il tempo di una risata, sembra possibile sottrarsi.

Titolo originale: Un divan à Tunis
Regia: Manele Labidi
Interpreti: Golshifteh Farahani, Majd Mastoura, Hichem Yacoubi, Moncef Ajengui, Ramla Ayari, Amen Arbi, Feryel Chammari
Distribuzione: BIM
Durata: 88′
Origine: Francia, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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