(unknown pleasures) – Pete Smalls is Dead, di Alexandre Rockwell

Alexandre Rockwell e Peter Dinklage, Pete Smalls is dead

Un noto regista hollywoodiano di action movie, Pete Smalls (Tim Roth), improvvisamente muore. Il suo vecchio amico K.C. Monk –  regista di film indipendenti e in depressione per la morte della moglie – deve trovare 10.000 dollari per recuperare il suo amato cane tenuto in ostaggio da uno strozzino. Il terzo componente degli ex inseparabili amici, lo stralunato Jack Games, convince K.C. a mettere da parte gli antichi rancori e ad accorrere per l’ultima volta a salutare il vecchio compagno scomparso. Comincia così un ennesimo viaggio catartico verso il cambiamento.

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Alexandre Rockwell è uno dei più importanti esponenti di quel cinema indie newyorkese anni ‘80/’90 (insieme ad autori come Jim Jarmush o Spike Lee) che è entrato in crisi dopo l’avvento della generazione dei “Sundance Kids”, i giovani formatisi nella factory di Robert Redford. Un cinema, quello di Rockwell, che si riscopre sempre più innamorato delle persone che inquadra, spinto da un impeto cassavetesiano a inseguire sino all’ossessione l’emozione del personaggio e dell’attore che lo interpreta. E Pete Smalls is dead è un commovente e divertentissimo canto del cigno di un modo di fare cinema, prodotto tra enormi difficoltà finanziarie, che si stemperano solo nel sorriso del regista quando dichiara: “sono fiero di aver potuto fare un film veramente indipendente”.


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L’humus nel quale il regista/sceneggiatore fa nuotare i suoi protagonisti è per l’appunto quello dei “cinematografari” in continua ricerca di denaro per produrre il loro sempre rivoluzionario film (tematica già sviscerata nel precedente In the soup). Nel viaggio intrapreso da K.C. e Jack incontriamo personaggi esilaranti, come il duo di produttori squattrinati interpretati da uno scatenato Steve Buscemi e dalla maschera comica di Michael Lerner; improbabili maestri di vita come il Saco interpretato da Seymour Cassel (vecchia icona cassavetesiana); o ancora teneri sognatori che cercano un posto nel cinema che conta, come la giovane e imbrana montatrice Saskia. InPete Smalls is dead questo giardino di candida umanità svetta la figura del protagonista K.C., interpretato dal grandissimo attore nano Peter Dinklage, che traccia con sincerità disarmante una vera e propria mappa sentimentale (dolore represso, amicizia virile, amore appena sussurrato). Mappa indelebilmente inscritta tra i solchi del suo volto scavato. Ed è proprio in questo scarto che il film di Rockwell si trasforma in una malinconica operazione metacinematografica, dando ai suoi personaggi tutto il tempo necessario per provare emozioni: straordinaria la scena del primo avvicinamento tra K.C. e Saskia, dove piccolissimi gesti e sorrisi – incastonati in primi e primissimi piani – riescono ancora a significare qualcosa. Un doloroso e divertito discorso sul passato intessuto da innumerevoli citazioni coltissime (da Fellini a Buster Keaton, da Jerry Lewis a Wim Wenders), che miracolosamente sa parlare al nostro presente. Un qui e ora confuso e privo di coordinate che riesce a ritrovare vigore solo dopo una coraggiosa apertura sentimentale. Apertura che, a suo modo, può diventare un piccolo atto rivoluzionario: quello di K.C. che si scopre innamorato di Saskia o quello di Alexandre Rockwell che si riscopre, nonostante tutto, innamorato del cinema.

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