#Venezia75 – The Sisters Brothers, di Jacques Audiard

È facile rimanere interdetti di fronte a un oggetto strano come The Sisters Brothers. Non solo perché mostra pochi appigli rispetto all’immaginario western, quasi tutti relativi a una dimensione puramente esteriore, quella dei tipi, delle situazioni, del set designing. Ma ancor più perché sembra evitare deliberatamente qualsiasi confronto o scontro con il mito del genere. E in questo senso la sparatoria dei primissimi minuti, completamente buia e illeggibile, vale come una dichiarazione di principio. Nessun proiettile sparato dai fratelli Sisters sarà davvero chiaro per punto d’origine, traiettoria e destinazione, se non, al limite, quando tutto sarà già compiuto e il colpo di grazia servirà solo a chiudere e a passare oltre, a un’altra dimensione del racconto. Sino al colpo di teatro che manderà all’aria la resa dei conti definitiva, smentendo la profezia minacciosa dello stemma del Commodoro, “In cauda venenum”. Come se ogni tentazione spettacolare fosse relegata in un limbo, in una specie di “astrazione polar” in cui sono le nostre deduzioni e le nostre memorie a dover riempire le forme di un contenuto e di una narrazione. Ma, ancor più a fondo, Audiard rimette in discussione quella stessa estasi della violenza che è una delle cifre più riconoscibili del suo cinema, da Il profeta a Dheepan. Depone le armi. Ed è, forse, l’affermazione politica più evidente e profonda di The Sisters Brothers, che sembra, a un tempo, indicare nuovi percorsi e rispondere alle accuse di maniera di chi confonde l’espressione esteriore del cinema di Audiard con il suo cuore più profondo. Che è fatto di ferite, mutilazioni, sapori di ruggine e ossa rotte. Ma anche di premonizioni magnifiche, di suture a caldo, di tregue sognate e di visioni fantastiche.

The Sisters Brothers. Day 35.

The One-Armed Gunman… Charlie ed Eli Sisters sono due killer al soldo del Commodoro, losco notabile che gestisce tutti gli affari, legali e sporchi, da Oregon City in giù. A dettare i piani e le strategie è il minore, Charlie, più spietato e cinico. Eli, animo in fondo sensibile e gentile, lo segue con sempre maggiore riluttanza, mentre sogna di porre fine una volta per tutte a una vita di crimini e omicidi. A un certo punto i Sisters vengono messi sulle tracce di un certo Warm, un uomo che sta scappando a sud con una formula segreta in grado di far luccicare le acque. A supportarli nella missione, interviene una specie investigatore, John Morris, che ha il compito di rintracciare e trattenere il fuggitivo. Ma la caccia non andrà come previsto. Rimetterà in discussione tutto, rapporti, prospettive, sogni.

Quello di Audiard è un western che va verso la deriva, oltre il classico o il sur, al di là di qualsiasi declinazione già vista o ipotizzata. È vero, manca completamente di epica, ma è lontano anche dall’elegia o dal crudo iperrealismo degli esempi più tardi. E se ne frega altamente delle riflessioni mitopoietiche di secondo livello o dei trucchi postmoderni sul genere. Nonostante l’ironia che è già parte fondamentale del romanzo di Patrick De Witt, qui non si gioca all’ostentazione di una rielaborazione intelligente o al tiro a segno delle citazioni colte. La questione fondamentale è un’altra. Dov’è la frontiera, ancora? Raggiunti l’Oregon e la California, la punta estrema occidentale, il mito della civiltà da costruire sta già diventando realtà. Se ne vedono tutti i segni, dallo spazzolino da denti di Eli alla chimica di Warm messa al servizio della caccia all’oro. E in tal senso questo sembra essere un altro western che racconta il tramonto di un’epoca. Ma qui arriva lo spiazzamento. La proiezione di Audiard non guarda al passato, ma al futuro. Nel momento in cui si riconosce in San Francisco la Nuova Babilonia, vuol dire che il nuovo mondo da realizzare è ancora lontano, sta in un altro piano del tempo, lungo la prospettiva di un diverso orizzonte. Richiede nuovi progetti e nuovi visioni, come il falansterio immaginato da Warm e Morris. Il sogno di Fourier che germina sul suolo americano attecchisce sulla radice europea di altri miti fondativi, parla ancora di padri pellegrini, di Philadelphia, è parente delle comunità saintsimoniane, delle fratellanze evangeliche. E non è lontano dall’amore e dal senso della natura dello spirito profondo americano, tutt’altro che urbanizzato e domo. Sì, del resto questo è un film di fratelli che devono riscoprire il senso del loro rapporto e della loro vita, che devono riprogettare un futuro oltre gli obblighi e le cicatrici del presente. E Audiard racconta un altro percorso di educazione e di crescita, ammansisce l’autodistruttività di Joaquin Phoenix e restituisce a uno straordinario John C. Reilly il diritto di primogenitura del film. Ma soprattutto riafferma quell’urgenza utopica del western che coincide, in fondo, con la tensione più intima del suo stesso cinema, di quei finali di quiete ritrovata ai margini dell’inferno. Come un cowboy, Audiard sta a metà tra l’avventura e la norma, tra la natura e il rifugio. La carica politica delle sue immagini non si può tradurre in un programma o in un progetto. È uno sciamano, non un architetto. Il suo sguardo è profetico e non scientifico, procede per folgorazioni e visioni e non per analisi. Fino a figuarsi struggenti e impossibili piano sequenza finali, in cui si ricompongono e si ricconnettono le relazioni, prima cellula di un futuro di pace.