#Venezia76 – Incontro con Gaspar Noé, Monica Bellucci e Vincent Cassel per la nuova versione di Irréversible

La visione della versione cronologica di “IRRéVERSIBLE” e l’incontro a #Venezia76 in sala stampa con Gaspar Noé, Monica Bellucci e Vincent Cassel hanno ribadito l’importanza della linearità narrativa.

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Cosa è più narrativamente interessante, sapere come si è arrivati ad un fatto estremo scavando a ritroso o raccontarne linearmente le tappe? Cosa fa più male dal punto di vista emozionale allo spettatore, vedere inaspettatamente uno stupro o essere catapultato in medias res nel trip vendicativo che ne consegue? Cosa insomma è più irreversibile, l’effetto o la causa? Nel 2002 Gaspar Noé con Irréversible partiva furiosamente dall’assassinio di una persona da parte di due uomini in un locale gay per arrivare amaramente alla sciocca tenerezza di due amanti etero forse già annunciatrice, nelle sue schermaglie fisiche e nelle dinamiche di dominazione così evidenti, della violenza successiva. In questo 2019, nella versione cronologica portata a Venezia, sceglie inaspettatamente di compiere il percorso esattamente opposto. Non siamo però di fronte ad un’operazione di elucubrazione cinematografica o all’ennesima provocazione di un autore ancora e più che mai interessato al sabotaggio audiovisivo del normale. Nella conferenza stampa che anticipa la visione di mezzanotte insieme al cast il regista francese chiarisce innanzitutto che il nuovo film, pur essendo leggermente più corto (6 minuti di tagli ininfluenti dato che nessuna linea di dialogo è stata espunta) è dal punto di vista narrativo sostanzialmente lo stesso che scandalizzò Cannes a inizio secolo. Ciò che cambia, in un’epoca di post-verità dove conta più la confezione della notizia che la sua realtà oggettuale, “è l’empatia che suscita a chi assiste alla vicenda. Adesso vedi le due facce della Luna”.  Ma Noè non chiarisce alla stampa quale sia il lato oscuro. L’ Irrèversible veneziano ha dalla sua una struttura coesa che non richiede la fatica inferenziale della controparte cannense. Tutto avviene alla luce degli insostenibili nove minuti dello stupro di Alex e della successiva folle incursione di Marcus e Pierre al Rectum. Cancellato il lavoro indiziario, il cervello può concentrarsi ancor più su ciò che vede. L’aggressione sensoriale della pellicola raggiunge il suo climax (l’importanza dell’omonimo film rivela anche qui l’importanza che ha e avrà nella carriera di Noè) nel finale scegliendo consapevolmente di cedere il terreno all’inversione stilistica del 2002. Se, come rivela Cassel, “lo script originale aveva solo dieci pagine (tre, lo corregge ironicamente Noè NdR!) ed il resto era improvvisazione” anche della macchina da presa, la ritrovata cronologia serve a compattare le due direzioni direttrici in cui si muove il film.

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Ha infatti ragione la Bellucci a dire durante l’incontro che in fondo “il film parla anche d’amore”.  Soprattutto questa versione perché adesso grazie alla posizione iniziale del long take tra lenzuola e doccia di Alex e Marcus siamo in grado di provare in diretta la disperazione  dell’estintore usato selvaggiamente dall’inerme Pierre. In altre parole, l’adesione del dramma alle regole aristoteliche di unità accentua il modernismo dell’opera di Noè che invece di correre dietro anche all’iconoclastia narrativa può adesso far emergere la forza dirompente della sua visione. Che sarà sicuramente meno oscura ma in fondo è proprio nella faccia illuminata della Luna o di un sottopassaggio biecamente rosso che scorgiamo chiaramente la nostra fragilità.

 

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