#Venezia76 – Joker, di Todd Phillips

La risata di Joker. Prima della maschera. Già una traccia decisiva anche della colonna sonora. Quasi un residuo dell’allegra follia della trilogia di Una notte da leoni e le tracce demenziali del suo primo lungometraggio, Road Trip. La popolare figura dei fumetti della DC Comics assume qui vita autonoma. Sembra quasi aggiungersi al quartetto di The Hangover. Prima delle tracce del male che lo contaminano. Una doppia identità. Arthur Fleck è infatti un aspirante cabarettista costretto a lavorare di giorno come clown. Vive con l’anziana madre di cui si prende cura ed è alienato ed emarginato dalla società. Una sera, in metropolitana, la sua vita cambia all’improvviso e inizia una lenta e progressiva discesa negli abissi che lo trasformeranno in una dei più pericolosi criminali della storia di Gotham City.

Si può collegare solo parzialmente alla saga di Batman. In Tim Burton predominavano i décor espressionisti e in Christopher Nolan il buio. Qui Arthur/Joker sembra invece volere uscire a tutti i costi dalla dimensione dark. Il suo corpo, la sua mente si forma attraverso la tv accesa. Spettacoli di stand-up comici, trasmissioni tv con Robert De Niro nei panni del popolare conduttore Murray Franklin. Quasi un ribaltamento di Re per una notte. Arthur è quasi una reincarnazione di Pupkin, interpretato proprio da De Niro, nel film di Scorsese. Anche lui viveva con la madre, non aveva moglie, ed era un accanito fan del presentatore Langford/Jerry Lewis. Ma anche il suo movimento è pura proiezione cinematografica. Il desiderio e la negazione delle luci della ribalta. Tra Fred Astaire e Charlie Chaplin. Quasi le proiezioni del desiderio. “Sono venuto al mondo a diffondere gioia e risate”. E il Joker di Joaquin Phoenix, come quelli di Jack Nicholson e Heath Ledger, ha qualcosa di unico. Che riesce nel miracolo di essere una maschera senza indossarla. Che si muove in un cinema con un look da Seventies. La scena dell’inseguimento a piedi da parte dei due poliziotti sotto la metro ha un impeto che sembra arrivare quasi da quello di Friedkin di Il braccio violento della legge. Ed è notevole anche quella iniziale, con i ragazzini che gli rubano per strada il cartello mentre sta facendo il clown.

Gli squarci sulla metropoli e sulla strada. Quasi frammenti delle origini underground del cineasta (anche co-fondatore del New York Underground Film Festival), in cui sembra spesso esserci una frattura tra la figura di Joker e uno sfondo, con i grigi e i rumori, quasi documentaristico. E ancora, il modo di filmare la mente del male. L’illusione che quello che si è visto non è mai successo. Quasi una proiezione della mente di Joker che cancella progressivamente il passato di Arthur. L’illusione di una vita felice, anche accanto alla vicina di casa da cui è attratto. Poi la mutazione. Una delle più imponenti perché graduali, studiata nel dettaglio. Che è anche il risultato della precisa scrittura della sceneggiatura di Scott Silver e dello stesso regista. E risulta indimenticabile quando il movimento, il balletto, non è più imitazione ma diventa autonomo. Non c’è più bisogno di specchi. Dalla sua camminata ralenti, rirmata dalla musica, parte la trasformazione del nuovo Re di Gotham City. Con il ballo con la sigaretta in bocca. Sì, una continua performance. Dove la metropoli, invasa dalla spazzatura e dai topi, sta diventando il suo palcoscenico. Con una matrice politico-futurista. L’ambientazione riporta alla New York violenta dalla seconda metà degli anni ’70 fino alla fine degli ’80. Con la rivolta dei pagliacci che riportano alle risse e i saccheggi del blackout del 1977. Ma soprattutto in Thomas Wayne, il miliardario padre di Bruce, sembra esserci Donald Trump. Altre tracce di un film estremamente stratificato, ricchissimo. Perché dietro Joker c’è tutto l’isolamento, l’emarginazione della politica degli Stati Uniti di oggi.

Todd Phillips, con il solo Joker, sorpassa tutti i Batman di Nolan. Con il ritmo che arriva dal sottovalutatissimo Starsky & Hutch. Che prova a guardare da lontano tutti gli ultimi bagliori del crepuscolo della New Hollywood. Perché, anche se per noi è superfluo ripeterlo, con Joker si conferma uno dei più importanti registi del cinema americano degli ultimi 20 anni. E Joaquin Phoenix è come Peter Sellers in Il dottor Stranamore. Può essere unico e moltiplicarsi in più personaggi. Una magnifica illusione.

 

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