Yuni, di Kamila Andini

Presentato alla 16esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Yuni pone in essere un lacerante racconto di formazione, tutto giocato sull’oppressione delle costrizioni sociali (e religiose)

Nel momento in cui un film ragiona sul proprio genere di appartenenza (nel caso di Yuni, il coming of age movie) e sui codici narrativi ed estetici che lo contraddistinguono, arrivando a rileggerli alla luce di un nuovo, originale elemento esclusivo del mondo diegetico da esso messo in scena, è molto probabile che dia vita ad un racconto di qualità. E l’opera di Kamila Andini (selezionata quale proposta indonesiana per gli Oscar 2022), da questo punto di vista, non fa alcuna eccezione. Nel corso della narrazione, infatti, non solo sono presenti tutti gli elementi e stilemi narrativi tipici del “racconto di formazione” (transizione dalla gioventù all’età adulta, risveglio sessuale della giovane protagonista, comprensione della propria identità e del proprio corpo, tentativo di delineare un orizzonte futuro parzialmente inintelligibile) ma essi vengono sistematicamente riletti alla luce di una precisa operazione narrativa, una specifica connotazione culturale che fornisce il senso della dimensione in cui si iscrive la storia: le costrizioni precipue della cultura islamica.

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Al centro della storia c’è, infatti, Yuni, una ragazza musulmana il cui desiderio, una volta diplomata, è quello di proseguire gli studi universitari grazie al conseguimento di una borsa di studio (può ottenerla solamente se figura tra i 3 migliori scolari dell’istituto). Il suo obiettivo sembra accessibile, se non per il frapporsi, nel suo percorso, di una superstizione islamica locale, per cui la giovane non “potrebbe” rifiutare più di due proposte di matrimonio, pena l’impossibilità futura di sposarsi (e di ottenere la borsa di studio).

Ciò che rende Yuni sorprendentemente accattivante risiede, allora, nello scontro tra la volontà della giovane ragazza “in formazione” di perseguire il proprio desiderio (ottenere voti alti in tutte le materie in modo tale da conseguire la borsa di studio, a patto che non convoli anticipatamente a nozze) e la sua forzata adesione ad un contesto culturale le cui istituzioni primarie (famiglia, società, fede religiosa) la spingono nella direzione completamente opposta (verso il matrimonio in precoce età), ovvero verso quella strada futura da lei in assoluto più temuta.

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Ed è proprio su questo contrasto, dagli esiti possibilmente drammatici, che la regista Andini sofferma la propria attenzione, in una speculazione cinematografica indagante in profondità l’animo di una giovane ragazza, contesa tra il desiderio di affermazione personale e quello di adeguamento alla realtà sociale, di comprensione del Sé (e del proprio orizzonte futuro) e delle regole di cui si compone la dimensione culturale a cui appartiene.

Se solo il film, in relazione alle tematiche esplorate nella diegesi filmica, avesse presentato più audacia, più coraggio nell’andare oltre (in merito, ad esempio, alla sessualità della protagonista o allo scontro dei valori tra comunità islamica e realtà indonesiane altre) sarebbe probabilmente confluito in una narrazione ancora più potente e illustrativa della condizione esistenziale in cui versa una giovane ragazza alle prese con le costrizioni della società.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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