"Bangkok Dangerous - Il codice dell'assassino", di Danny e Oxide Pang

I terribili fratelli thailandesi riprendono il film che li aveva lanciati e riciclano il proprio passato con noncuranza. Con un colpo di spugna cancellano la trovata su cui si reggeva gran parte del fascino dell’originale, per rientrare nel regno dell’archetipo e dello stereotipo. Ma proprio qui sta la salvezza del film. Perché, privati del calore di un’umanità ricondotta alle logiche di un puro meccanismo spettacolare, i Pang si trovano costretti, ancor più che altrove, a far una questione di stile

bangkok dangerous dei fratelli pang - nicholas cageJoe è un killer professionista, deciso a ritirarsi prima che sia troppo tardi. Ma ha un altro incarico da portare a termine: quattro omicidi commissionati da uno spietato boss thailandese, Surat. Ultima destinazione Bangkok, metropoli corrotta e caotica, misteriosa e incomprensibile. Ma Joe sa il fatto suo e si muove con la lucidità consueta, secondo le poche, rigide regole che si è dato. Non dare nell’occhio, nessun segno, nessuna traccia. Un lavoro pulito, veloce. Senza legami o inutili sentimentalismi. Ma stavolta qualcosa non va per il verso giusto. Assume un giovane del posto, un certo Kong, un furbetto da quattro soldi che faccia da tramite con il committente. Ma il ragazzo, per caso, scopre il ‘lavoro’ di Joe, rischiando di mandare a monte tutto. Il codice dell’assassino imporrebbe un rimedio estremo, ma Joe ha un attimo di smarrimento e decide di insegnare a Kong tutto ciò che sa. Barlumi di un’umanità che sembrava completamente annullata da una freddezza forzata, da una regola autoimposta, quasi ‘monastica’. Per di più compare una donna, Fon, una giovane sordomuta che scompagina ancor di più le carte. Joe ne è affascinato e, per un attimo, sembra dimenticare l’abisso che lo separa dal mondo.   
Ci sono voluti ben due anni perché Bangkok Dangerous uscisse nel sale italiane. Sarà stata colpa della pessima accoglienza riservatagli dalla stampa americana (e non solo) o della scarsa fiducia nella presa commerciale di quest’ennesimo remake. Del resto i presupposti per un fallimento ci sono tutti. I terribili gemelli Pang riprendono il film del 1999 che li aveva lanciati, un action ormai cult tra gli appassionati. Si piegano senza troppe resistenze alle lusinghe del mercato, trovano un attore ‘pesante’ come bangkok dangerous dei fratelli pangNicolas Cage e riciclano il proprio passato con la noncuranza tipica di chi mastica il cinema e sputa il postmoderno. Sulla base dello script originale, Jason Richman innesta delle varianti che sembrano cariche esplosive. I rapporti tra i personaggi sono stravolti. Non più un protagonista sordomuto (handicap stavolta trasportato sulla ragazza amata, 'per mantenere il senso di incomunicabilità), ma uno straniero, un alieno piombato in universo di cui non riesce a decifrare tutti i segni. Con un colpo di spugna è cancellata la trovata su cui si reggeva gran parte del fascino del Bangkok Dangerous originale. E soprattutto viene meno la dimensione umana del killer, la giustificazione del suo stesso battito cardiaco, del suo odio e del suo amore. Si rientra nel regno dell’archetipo (o stereotipo?), in una sorta di limbo fantasmatico, in cui i nomi si riducono a puri suoni, simulacri di corpi, che si muovono secondo le rigide esigenze di una macchina narrativa dal rigore inevitabile. Il Joe di Nicolas Cage è il killer che tutti ci aspettiamo di vedere. Senza legge e senza storia, ma con un onore da difendere a prezzo della vita. Ma, forse, la salvezza del film è proprio in questa ricercata caduta nello stereotipo. Perché, privati del calore di un’umanità ricondotta alle logiche di un puro meccanismo spettacolare, i Pang si trovano costretti, ancor più che altrove, a far una questione di stile. E la campana suona (letteralmente) già nel prologo, nel primo omicidio progettato e compiuto tra le misteriosa mura di Praga. Il colpo parte al rintocco della campana. La morte si ricollega al sacro, in un solo istante. Ed è su questa sacralità della fine che i Pang lavorano. A ogni colpo del killer, angelo della morte chiamato a punire i cattivi e salvare i buoni, le linee cinetiche del film vengono come a spezzarsi, a interrompersi in una sospensione che è al tempo stesso estetica ed morale. La scena dell’omicidio in piscina… O ancor di più, l’epilogo dell’estenuante inseguimento in barca. Le pallottole che bucano la chiglia, il sangue che cola lentamente in mare e il corpo di Nicolas Cage che si staglia, immobile, ieratico contro il cielo umido. Siamo quasi all’opposto del cinema di Kitano (del resto il richiamo a Sonatine è irresistibile), dove la violenza è un’esplosione che risuona nell’immobilità dell’universo. Ma è pur sempre di meraviglia e orrore che si parla. Sangue che si imprime nel bianco, come in Cimino, come ne L’anno del dragone. Ecco i Pang si muovono alla ricerca di quel sentiero che da Kitano li porta a lambire le forme del melodramma di John Woo. E viceversa. Andata e ritorno, senza sosta e senza soluzione. Almeno fino a quella splendida immagine finale, in cui Kong, immobile sulla riva, guarda in macchina e fa un cenno. Saluta l’anima che scorre lentamente sulle acque degli inferi. Sembra che la morte non sia fredda, ma emani calore. Non c’è altro da dire.      

Titolo originale: Bangkok Dangerous
Regia: Danny Pang, Oxide Pang
Interpreti:
Nicolas Cage, James With, Charlie Yeung, Shahkrit Yamnarm, Panward Hemmanee, Namngen Boonnark, Nirattisai Kaljaruek, Dom Hetrakul
Distribuzione: Eagle Pictures

Durata: 100'

Origine: USA, 2008

 


 
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