JACQUES AUDIARD
UN PROPHETE - Metamorfosi di un genere tra Francia e America (di Giacomo Calzoni, del 25/03/2010)
Il polar francese riesce laddove il cinema di genere americano non è più lo stesso: nel raccontare cioè il mondo visto dalla cinepresa, nell'instaurare con il pubblico un dialogo sullo stato delle cose della propria Nazione. Il profeta rilegge gli stilemi del genere carcerario per trasformarsi in poema sulla Francia contemporanea, per rappresentare un freddo processo di formazione in un mondo/carcere che estende le proprie regole ben al di là delle sbarre
UN PROPHETE - Un profeta dell'identità perduta (di Francesco Maggi, del 24/03/2010)
Il profeta attraversa il suo inferno parlando tutte le lingue e vestendosi dell'anima mulitetnica delle banlieue. La regia di Audiard impressiona di fotogramma in fotogramma, ma solo dopo due terzi della pellicola ha finalmente deciso: Malik è l'unico assoluto protagonista di questo microcosmo appestato di violenza dove còrsi, musulmani africani e neri caraibici, sono disperati Caino nella babilonia che sputa fuoco e vomita vendetta.
Jacques Audiard e la mano negra (di Leonardo Lardieri, del 24/03/2010)
La “mano negra” (o noir?) di Jacques Audiard ricopre eccessi di immagini e parole, le troppe e fragorose luci, il troppo e sconfinato “campo” e l’inquadratura si riduce e si oscura. La redenzione nel suo cinema sembra precedere la creazione, come nell’ultima scena de Il Profeta: uscito di prigione, al fianco Malik ha una donna e un bambino, dietro l’esercito del male blindato. Possente narratore realista moderno e di facce in prestito, concesse ai teatranti, servi dei nuovi padroni, per preservarne il viso dai tiramenti della passione, dalla sferza della rabbia
"Il profeta", di Jacques Audiard (di Aldo Spiniello, del 24/03/2010)
Il regista francese, al quinto lungometraggio, probabilmente realizza il suo miracolo. Un film di due ore e mezza che corre veloce come un treno, un siluro che s’immerge nelle acque melmose e affascinanti del milieu, per poi risalire, sino a sfiorare la vertigine di un destino universale. In Concorso a Cannes 62
CANNES 62 - "Il profeta'. Incontro con Jacques Audiard (di Aldo Spiniello, del 24/03/2010)
Il primo dei film francesi in concorso è un’incursione durissima, violenta ed estatica nell’universo carcerario e nel milieu criminale. Un film che sembra vivere di un doppio sguardo e una doppia anima e che deve parte del suo fascino anche all’intensità degli interpreti. Un resoconto della conferenza stampa
"Tutti i battiti del mio cuore" di Jacques Audiard (di Carlo Altinier, del 24/03/2010)
E' un cinema vertiginosamente attratto da altezze e bassezze, da angeli e bestie, quello del francese Jacques Audiard e il suo cosceneggiatore abituale Tonino Benaquista, che tentano con generoso anacronismo di ancorare a qualche scheggia di noir esistenziale.
"Sulle mie labbra" di Jacques Audiard (di Francesco Zippel, del 24/03/2010)
Il sottile piacere della visione risiede proprio nella delicatezza con cui il regista francese osserva queste due esistenze, fotografate nel momento della loro (ri)fioritura.
Jacques Audiard, il Cinema come profezia del reale (del 24/03/2010)
In occasione dell'uscita in sala de Il profeta, ripubblichiamo l'incontro di Sentieri Selvaggi con il regista Jacques Audiard all'ultimo festival di San Sebastian
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