VENEZIA 67 – “Drei”, di Tom Tykwer (Concorso)
Drei non può che finire con la quadratura del cerchio. O meglio del triangolo. Lavoro di geometria, dunque. Dimostrazione di un teorema che parte da dati elementi e insegue un’ipotesi ben precisa. Ed è questa dimostrazione a scatola chiusa, un po' furba il limite maggiore del film di Tykwer, che sembra ormai incapace di ritrovare lo sguardo ‘puro, vergine, ingenuo’ dei suoi momenti migliori
Hanna e Simon sono una coppia davvero cool. Ancora giovani, dinamici, con un ottimo lavoro e una splendida caso, un rapporto fatto di libertà e fiducia, da vivere in movimentata armonia. Manca solo il matrimonio. E un figlio. Ma poco male, almeno per il momento…Finché, tra risate e drammi, non irrompe nella coppia un altro uomo, Adam. Hanna va a letto con Adam? Certo. Ma fin qui sarebbe ‘facile’. Il fatto è che anche Simon va a letto con Adam. E a questo punto, è un tourbillon…Immagine perfetta, da sempre, per rappresentare il cinema di Tykwer, che corre (come la sua Lola) da un’immagine all’altra, da uno spazio all’altro, da un’emozione al suo contrario. Dentro Drei c’è tutto. Nascita e morte, desiderio e malattia, comprensione e solitudine, routine quotidiana e illusione della fuga. E ad accompagnare questo movimento continuo dell’anima e dei corpi, uno stile eclettico e libero, che sovrappone stili, soluzioni, linguaggi, figure, toni. Certo, alla fine sembra prevalere la commedia, grazie anche all’intenso brio dei tre interpeti: Sophie Rois, Sebastian Schipper e Devid Striesow. E proprio per questo, Drei non può che finire con la quadratura del cerchio. O meglio del triangolo. Lavoro di geometria, dunque. Dimostrazione di un teorema che parte da dati elementi e insegue un’ipotesi ben precisa. Una coppia che sta a poco a poco perdendo la sua energia vitale. Ed ecco arrivare l’impulso liberatorio di un personaggio, che ha la capacità di scompaginare le strette regole della coppia e della società, di rimettere in moto i desideri e di soffiare sulla brace sepolta dei sentimenti per ravvivarne il fuoco. Un personaggio di nome Adam. Il primo uomo, ancor prima del peccato originale, della condanna alla morte e alla sofferenza. Dunque, se più persone si amano contemporaneamente, perché non immaginare una nuova famiglia? Come chiedersi il sesso gli angeli... E così, magicamente, ci troviamo di fronte alla nuova trinità. Ma il drei, il tre non serve alla salvezza come in Shyamalan. Serve alla perfezione e all’immortalità. Come sognava Truffaut. E’ questa dimostrazione a scatola chiusa il limite maggiore del film di Tykwer, che sembra ormai incapace di ritrovare lo sguardo ‘puro, vergine, ingenuo’ dei suoi momenti migliori. Rimane la tecnica sopraffina, che costruisce ad arte momenti irresistibili (l’incidente alla mostra, l’attimo dello svelamento), e che gioca con le immagini e l’immaginario. Ma chissà cosa direbbe Truffaut nel vedere realizzato con tanta (impossibile) naturalezza ciò che aveva rincorso per una vita? Jules, Jim e Catherine hanno giocato con la sostanza della vita e hanno perso. Qui non c’è sconfitta. Forse perché la sostanza della vita è altrove.
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