After the bridge, di Davide Rizzo e Marzia Toscano

Il documentario, stilisticamente delicato, prova a ricucire la memoria personale di una madre con gli eventi tragici del presente e con i passaggi storici del passato. Al Biografilm 2023 di Bologna

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After the bridge, prodotto raffinato della cinematografia italiana, è presente al Biografilm Festival di Bologna in anteprima nazionale. Il lavoro documentaristico dei due registi italiani è incentrato sulla figura di Valeria Collina, madre di Youssef Zaghba, uno dei tre terroristi degli attentati a Londra del 3 giugno 2017. Lo sguardo del film si alterna parallelamente sia sul passato della protagonista, con immagini di repertorio, sia sul presente, con immagini relative alla vita quotidiana; ed è proprio nel passato della protagonista che sembra ritrovarsi l’immagine di una speranza personale e collettiva, laddove si osserva una giovane ragazza bolognese che partecipa alle lotte di liberazione della donna, ai movimenti progressisti degli anni ’60 e che in particolare accoglie nella sua cultura occidentale l’idea di sposarsi con un giovane marocchino di tutt’altra origine, cultura e tradizione. Dopo il matrimonio, dopo la conversione all’Islam, Valeria partorisce il piccolo Youssef e qui qualcosa inizia a non funzionare. Dalla felicità si passa all’incomprensione e poi al cambiamento radicale, fino a arrivare al trasferimento del giovane Youssef a Londra, dove invasato dal proselitismo jihadista morirà negli attentati del 2017.

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Il film è arricchito dalla fotografia di Andrea Vaccari che riesce a restituire la composizione dei due momenti, ovvero il collettivo e il peculiare. Le immagini del passato, dal sapore brillantemente collettivo, restituiscono allo spettatore emulsioni tipicamente storiche attraverso i filmati in super 8mm. Al contrario, le immagini boschive piene di nebbia e terre algide offrono l’idea di una perpetua solitudine del presente accompagnata da un profondo stato di lacerazione umana. Anche l’immagine del Sole che picchia attraverso le foglie degli alberi non fa che accrescere quel senso di profonda ricerca tra il singolo e l’ambiente circostante. Le musiche di Marco Biscarini e Alessio Vanni provano a ricongiungere tutti i diversi punti proposti dalla fotografia dando allo spettatore una sensazione di profondo dramma, commozione e unione con la lacerazione che vive la protagonista.

La protagonista del film, Valeria Collina, figlia di un partigiano comunista e figlia di una storia progressista prende le distanze dalla violenza folle del giovane Youssef, tuttavia, la sua distanza non è altrettanto distruttiva come la violenza perpetrata dal figlio, ma bensì possiede una dimensione critica. Ella riesce a concepire la difficile possibilità di incolparsi, di ritenere che ella stessa non sia stata capace di allontanare il figlio dall’esperienza della violenza nelle sue forme singolari, collettive e ideologiche. Il film, proprio sotto quest’aspetto, sembra voler uscire fuori dal guscio e indicare che la strada della lotta per il miglioramento degli esseri umani non è terminata. La Storia, che traspare dal passato attraverso le immagini filmiche dove si può osservare una giovane ragazza che ride dondolandosi su un prato verde, dà l’idea di questo movimento perpetuo di andirivieni laddove gli esseri umani provano a superare gli ostacoli. La donna che ride è come la speranza di un lavoro non finito, non completo che aspira a ergersi e a formarsi andando a evitare le tragedie poste in essere dalla vita del giovane Youssef. Il Cinema, qui, diventa un’arma pacifica che riesce a restituire gli attimi e le sensazioni di quei passaggi allo scopo di aprire un nuovo varco, di ricominciare daccapo perché la Storia non è finita e tutto è ancora possibile.

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