American Crime Story: Impeachment

La terza stagione della “sorella minore” di American Horror Story è una strabiliante prova di una serialità solida, fondata su grandi prove attoriali e su una produzione curatissima

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Dopo due stagioni dedicate al caso O.J. Simpson e all’assassinio Gianni Versace, la produzione di Ryan Murphy, American Crime Story, nata dalla costola di American Horror Story, si focalizza su uno degli scandali più sconvolgenti per l’opinione pubblica americana: il sexgate. La relazione clandestina fra Bill Clinton e Monica Lewinsky nasconde però molto di più di quello che è arrivato alla stampa, soprattutto a quella italiana. Il grande punto di svolta di una serie come American Crime Story: Impeachment è l’aver coinvolto direttamente una delle protagoniste, anzi la protagonista per eccellenza, Lewinsky stessa, la quale è addirittura produttrice della stagione. Il risultato sono 10 puntate dense di nomi, di fatti e di tensioni. Sembrerebbe tutto frutto di un’invenzione letteraria e invece siamo semplicemente di fronte ad uno degli avvenimenti storico/politici/scandalistici più cinematografici degli ultimi anni. Impeachment parte quindi con una serie di vantaggi, potendo soddisfare una vasta platea di spettatori, dai semplici curiosi agli storici, agli amanti della politica americana fino ai semplici appassionati dei thriller o dei crime. E in un universo televisivo che si occupa sempre di più delle inchieste sessuali (basti vedere Pam & Tommy in uscita a breve), Impeachment si allinea perfettamente e ne esce fuori trionfante.

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La serie è semplicemente perfetta nel tratteggiare la storia equilibrando tutti gli aspetti che lo scandalo contiene dentro di sé e integrando perfettamente l’aspetto di tensione sessuale fra Clinton e Monica, il rapporto fra quest’ultima e Linda Tripp, passata alla storia come la “talpa” che ha rivelato al mondo la verità, le indagini legali, l’arrivo della notizia alla stampa e il lavoro volto ad una campagna anti-Clinton messa in atto dai Repubblicani, capeggiati da Ann Coulter, interpretata da un’inedita Cobie Smoulders. Ed è infatti lo straordinario cast di American Crime Story: Impeachment a fare da supporto alla rappresentazione della vicenda, la quale è estremamente accurata. Non sono infatti pochi i momenti in cui la finzione riproduce in maniera quasi maniacale la realtà (come ad esempio l’incontro tra la folla fra i due, l’intervista televisiva in cui Clinton inizialmente nega qualsiasi tipo di relazione con Lewinsky oppure la nota 60 minutes insieme a sua moglie Hillary). Inoltre la serie presenta una serie di elementi pop (come ad esempio la scena in cui Linda Tripp guarda l’Orgoglio e Pregiudizio della BBC), di citazioni verso la serie stessa (come la citazione ad O.J Simpson fatta da Linda) e di momenti musicali (come l’episodio natalizio in cui i cori di O Tannenbaum si trasformano in una disturbante melodia), che ne aumentano la potenza narrativa.

Quello che accade grazie alla presenza di Murphy (che oltre a produrre firma due straordinari episodi, il primo e il sesto, gli altri sono diretti da Michael Uppendahl e Rachel Morrison) è che i personaggi, esattamente come accade per quelli di American Horror Story, riescono a diventare, nonostante i loro evidenti difetti o addirittura la loro traboccante malvagità, eroici, iconici e paradigmatici. Nessuno escluso. American Crime Story: Impeachment offre una serie di figure emblematiche: la giovane ragazza, appena arrivata alla Casa Bianca, in preda ad un amore che sembra quasi andare oltre ogni logica, l’uomo di Stato che si lascia andare a qualcosa che gli sfugge tra le mani (gestendolo poi con estrema astuzia), la moglie tradita di fronte al mondo intero, la donna che decide di vendicarsi dei Clinton consegnando alla stampa le registrazioni. Linda Tripp è infatti senza ombra di dubbio uno dei personaggi più densi e corposi della serie, anche grazie all’interpretazione di una sempre splendida Sarah Paulson quasi irriconoscibile (specie se si pensa ad AHS). Anche la Monica Lewinsky della giovane Beanie Feldstein è incredibilmente calzante, esasperata e combattiva a tratti, inesperta e maliziosa in altri. Se il Clinton di Clive Owen convince (se non altro per lo sforzo evidente dell’attore di ricreare quasi perfettamente l’accento del presidente americano, nonostante la sua provenienza inglese) e viene inquadrato nelle sue luci ed ombre, la meno riuscita sembrerebbe essere Hillary. Forse perché subentra nella serie soltanto verso la fine (dove invece Linda Tripp, presenza costante delle prime puntate, sfuma), il personaggio di Edie Falco sembra non ingranare mai fino in fondo la marcia, nonostante resti ben scritto e a tratti brillante.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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