#Animaphix2018 – Incontro con Volker Schlecht, Hugo Welchman e Dorota Kobiela

Nell’ambito di Animaphix 2018, si è svolto ieri al Goethe Institute di Palermo alla presenza di un pubblico attento e competente, l’incontro con il disegnatore tedesco Volker Schlecht, e con la coppia Hugh Welchman e Dorota Kobiela reduce dal successo mondiale del lungometraggio d’animazione Loving Vincent.

La prima parte è stata dedicata a Volker Schlecht iniziando dalle questioni tecniche e mostrando in esclusiva i suoi bozzetti preparatori. Dopo aver scansionato di un passo, l’artista ridisegna sullo stesso foglio di carta cancellando, modificando o ridisegnando per poi ri-scansionare il foglio di carta sul modello delle opere di William Kentridge. Con grande disponibilità e sensibilità, Volker Schlecht ha anche parlato delle sue prime opere: Pink Street del 1997 e Nothing Else del 1999. Nella prima su uno sfondo prevalentemente in bianco e nero si muovono tante figure in perenne movimento, come fossero su di una scala mobile che non si ferma mai. L’unica nota di colore è una bambina dal cappotto rosso che sembra fare muovere tutti gli ingranaggi. Nella seconda ricorre il tema del movimento associato a quello della paura e del desiderio: un uomo e una donna si incontrano su un treno, le sensualità femminile e l’imbarazzo maschile sembrano separati da uno split screen, quasi a suggerire un certo grado di incomunicabilità.
Gran parte della conversazione ha riguardato il cortometraggio Germania-Wurst del 2008 che riassume in dieci minuti d’animazione duemila anni di storia della nazione tedesca: attraverso sfilate e parate, l’orrore della guerra si manifesta nella massificazione, nella omologazione e nella propaganda. Anche se in alcuni tratti del corto sembrano affiorare toni ironici (il wurstel ricorrente fatto a fettine) e satirici (la figura di Napoleone che rimane con la mano incastrata nella fessura della camicia), l’autore ha ribadito con forza un intento serio e rigoroso di presa di distanza da tutti i nazionalismi e fondamentalismi.
La discussione si è conclusa parlando del cortometraggio Kaputt del 2016 (vincitore dell’edizione di Animaphix 2017) diretto con Alexander Lahl e che narra la vera storia di Gabriele Stötzer e Birgit Willschütz, prigioniere politiche nel lager di Hoheneck (DDR) dal 1949 al 1989. La voce narrante delle recluse accompagna il dolore e la claustrofobia delle immagini. Ma in mezzo a tanta sofferenza c’è la nota del colore rosso usato per le labbra, una sorta di inno alla sopravvivenza.

La seconda parte delle Cartes Blanches ha riguardato Hugh Welchman e Dorota Kobiela che, mentre scorrevano le foto del dietro le quinte, hanno rivelato lo sforzo titanico e produttivo che sta alla base di un’opera che in Italia in pochi giorni di programmazione ha raccolto più di 130000 spettatori e un incasso di oltre 1,2 milioni di euro. Il film è stato prima girato con attori “veri” e poi ridipinto frame by frame da 125 pittori coordinati da Dorota Kobiela. Per novanta minuti di film sono state necessarie 65000 fotografie in alta risoluzione di pitture ad olio e ci sono voluti sette anni di lavorazione. L’idea è nata da un cortometraggio di Dorota Kobiela proprio su Vincent Van Gogh eseguito nel 2008 dopo una profonda crisi che aveva superato proprio grazie alla lettura delle Lettere a Theo.
Ma è stato l’incontro con Hugh Welchman a fare decollare il progetto e a imbastire una produzione con 5,5 milioni di euro di budget.
Analizzando alcune clip del film ci si è soffermati sulla necessità per un tale lungometraggio di una forte linea narrativa che legasse tra loro i dipinti di Van Gogh. Così è stata creata un ricerca investigativa su una lettera che non trova più il suo destinatario ma che consente di fare entrare in scena i diversi personaggi. La forza del film non sta solo nell’avere armonizzato pittura e animazione, ma di avere agito sul profilmico inserendo il punto di vista di Van Gogh. Lo sfondo, il cielo, la pioggia, le luci, le ombre, le stagioni non sono reali, ma una rappresentazione della realtà filtrata dal tormento interiore dell’artista. Dorota e Hugh hanno anche confermato di avere inserito brani delle lettere di Van Gogh proprio per amplificare questo particolare effetto emozionale. Nei diversi incontri con il postino Roulin, il luogotenente Milliet, il dottor Gauchet, la figlia e la moglie del dottore, la proprietaria della locanda, la personalità di Van Gogh risulta ambivalente, non particolarmente inquadrabile. Questa distanza tra l’artista e il mondo è ben resa anche attraverso le musiche di Clint Mansell che tendono a sottolineare diversi importanti passaggi, come i flashback dell’infanzia e l’arrivo di Vincent a Parigi.
Per concludere ci si è soffermati sul finale del film che è un magico equilibrio tra parola, musica e immagini. Mentre sentiamo le parole di Van Gogh in una delle lettere al fratello Theo, la macchina da presa fa un movimento verso l’alto sprofondando nella famosa Starry Night. Esiste una realtà visibile, ma l’arte è capace di svelare l’invisibile cogliendo il mistero e la malinconia di un’esistenza che si è consumata molto rapidamente come una candela che brucia da due lati.
Ancora oggi il genio di Van Gogh riporta tante persone al cinema perché la sua vita tormentata e la sua spiccata sensibilità hanno un forte effetto di fascinazione: Hugh Welchman e Dorota Kobiela hanno dimostrato come con un lungometraggio di animazione si possa fare ancora opera di poesia.